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Kristen Stewart regina di Cannes

Una delle poche, pochissime, a potersi presentare allo stesso Festival di Cannes con una doppia performance cinematografica. E’ Kristen Stewart, la stessa che la cronaca rosa degli ultimi anni ha bollato come quella che prima sta con un collega, poi lo tradisce, poi lo lascia, poi si pente e si deprime fino a voltare pagina con una donna.

Ma sul tappeto rosso della Croisette i pettegolezzi non contano e la regina della 69esima edizione torna conquistando la Francia con le sue interpretazioni sul grande schermo. Prima con con Café Society di Woody Allen e poi con Assayas; e soprattutto perché quando è sullo schermo non puoi fare a meno di guardarla. Sempre più brava, sempre più audace nelle scelte di carriera. Alla conferenza stampa le citano la Bella di Twilight e alza le spalle: “Meglio i fantasmi dei vampiri”.

In “Personal Shoppe” è Maureen, che compra per mestiere i vestiti a una star e cerca di mettersi in contatto con lo spirito del fratello gemello appena morto. E il suo finisce per essere uno studio sulla solitudine contemporanea, consolata e assediata dalle risorse tecnologiche: “Una ragazza efficiente da far paura – sintetizza – e insieme incapace perfino di farsi sfiorare dagli altri. Personaggi del genere li porti a casa soltanto se ti metti a nudo. Non sono un’attrice da metodo Strasberg, ma di sicuro è alla tua emotività e alle tue esperienze che devi attingere”.  Un’attrice brava che sa – nonostante la giovane età –  come si porta a casa una bellissima performance.

Kristen lo fa da quando di anni ne aveva 11 e non 26, e sul set lavorava con David Fincher e Jodie Foster, sua madre in Panic Room. Pare che Jodie allora le abbia pure profetizzato una carriera da regista, trovandola troppo sensibile per quella d’attrice. Di certo le due hanno voci che si somigliano moltissimo, e peccato per chi continua a vedere i loro film doppiati. Poi è arrivato Into the Wild di Sean Penn, poi le cinque puntate della saga di Twilight, e Biancaneve e il cacciatorecon scandalo annesso per un flirt col regista sposato. Assayas l’ha regalata al cinema d’autore con Sils Maria, dove si mangiava Juliette Binoche, e il resto è storia.

Tra i film più divisivi presentati finora in concorso al Festival di Cannes, ‘Personal Shopper’ di Olivier Assayas poggia però su due certezze: una è l’evidente volontà di proseguire il discorso iniziato con ‘Sils Maria’ (due anni fa sempre in gara sulla Croisette), con un altro lavoro dove i riflessi, il tema del doppio e dell’assenza la fanno da padrone, l’altra è Kristen Stewart. Che allora vestiva i panni dell’assistente tuttofare dell’attrice interpretata da Juliette Binoche e stavolta è Maureen, la “personal shopper” del titolo, chiamata a correre di qua e di là, tra Parigi e Londra, per ritirare costosi capi d’abbigliamento e accessori del suo datore di lavoro, la celebrity Kyra, interpretata da Nora Von Waldstätten. “Naturalmente ho pensato a questo personaggio subito dopo aver terminato il film precedente. E ho pensato a Kristen, ancora una volta per affidarle il ruolo di un’assistente. Una che lavora per un mondo superficiale, che è tutta apparenza. Mentre parallelamente sente che la sua vita, quella vera, le sta sfuggendo dalle mani”, dice Olivier Assayas.

“Lei ha ricreato il film con me. Abbiamo comunicato molto, anche se spesso non serviva neanche parlare. Per il film precedente era facilitata, visto che aveva spesso a che fare con Juliette Binoche e il confronto la aiutava. Qui praticamente occupa ogni inquadratura del film, e il più delle volte è da sola. Sapevo che mi avrebbe seguito ma non credevo fino a questo punto, visto che le ho davvero chiesto molto”, racconta ancora Assayas, che aggiunge: “Qual è la cosa davvero necessaria affinché si possa realizzare un film? Credo che la risposta sia nella possibilità di creare una fiducia forte, reciproca, tra il regista e i suoi attori, senza la quale è impossibile fare un buon lavoro”.

Il film rischia molto quando si tratta di provare a mettere in scena il soprannaturale:”“Ho voluto coniugare la nostra realtà quotidiana, quella materiale, e metterla in contrasto con quella che è la nostra vita più privata, intima, quella legata alle emozioni, ai pensieri. L’aspetto soprannaturale serviva solo per amplificare la portata di questo scarto, tentando di rendere visibile l’invisibile”, spiega il regista, sottolineando che: “Maureen cerca in tutti i modi di sopravvivere alla perdita del fratello gemello. Ma rischia di chiudersi in se stessa, sempre chinata sul suo smartphone…”. Strumento, quest’ultimo, che assumerà forti connotati metaforici: “Credo che ormai siamo totalmente ostaggi delle nuove tecnologie, e la cosa certe volte può assumere sfumature spaventose”, conclude il regista.

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