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Cannes, Palma d’Oro all’Inghilterra proletaria di Ken Loach

Il regista britannico Ken Loach è il trionfatore della 69esima edizione del Festival di Cannes. Il suo “I, Daniel Blake” ha, infatti, conquistato la Palma d’Oro per il miglior film assegnata dalla giuria internazionale presieduta dal cineasta statunitense George Miller, coadiuvato, tra gli altri, dalla nostra Valeria Golino.

Dopo dieci anni, quindi, il cantore, per eccellenza, della condizione del  proletariato nel paese di Sua Maestà riassapora il gusto della vittoria sulla Croisette con un’ennesima opera di denuncia, questa volta, sul malfunzionamento dello stato del welfare inglese e sbaraglia, inaspettatamente, l’agguerrita concorrenza e non perché la sua ultima fatica non sia meritevole di premio.

Il modo di raccontare essenziale, asciutto seppur appassionato risulta, sempre, degno di menzione, ma l’edizione 2016 della kermesse ha, davvero, riservato una concorso pieno di lungometraggi pregevoli, a differenza degli scorsi anni, che poneva un serio problema di imbarazzo della scelta.

Alla fine ha vinto il cinema d’impegno, ma anche di tecnica e originalità, qualità espresse, senza dubbio, dal secondo e terzo classificato, nell’ordine il controverso canadese “Just la fin du monde” dell’enfant prodige Xavier Dolan (Gran Premio della Giuria) e l’interminabile epopea on the road “American Honey” della britannica Andrea Arnold (Premio della Giuria), entrambi abbonati a un posto d’onore nel Palmares.

Del tutto inattesi gli allori agli interpreti sia femminile, la filippina Jaclyn Jose per “Ma’ Rosa” di Brillante Mendoza sia maschile, l’iraniano Shahab Hosseini per “The Salesman” di Asghar Farhadi, che ha portato a casa anche il premio per la sceneggiatura.

Delusione, invece, per gli sciovinisti padroni di casa i quali, nonostante il solito esercito schierato, hanno ottenuto un contentino, ovvero la Palma alla regia di Olivier Assayas (“Personal Shopper”), peraltro non molto esaltata dalla critica, per di più condivisa con il romeno Cristian Mungiu (“Bacalaureat”).

Il cinema nostrano, snobbato dalla competizione ufficiale da cui era stato tagliato fuori in partenza, si è, però, preso delle belle rivincite nelle sezioni collaterali, ribadendo, soprattutto, la classe e il talento di Paolo Virzi, che con l’agrodolce “La pazza gioia” non avrebbe, di certo, sfigurato all’interno del variegato cartellone del concorso.

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