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‘Ndrangheta, sequestro da 33 milioni di euro alla cosca Labate

Reggio Calabria – Gli uomini del comando provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e del Nucleo speciale polizia valutaria, con il coordinamento della locale Procura della Repubblica, hanno eseguito nella provincia reggina un provvedimento emesso dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale con il quale è stata disposta, nei confronti di soggetti intranei e contigui alla cosca di ‘ndrangheta Labate, l’applicazione della misura di prevenzione del sequestro del patrimonio aziendale di 6 imprese, di 97 immobili, di 6 autoveicoli e di plurimi rapporti finanziari e assicurativi, il tutto per un valore stimato pari a circa 33 milioni di euro.

Tra i soggetti colpiti dalla misura di prevenzione patrimoniale vi è, innanzitutto, Michele Labate, esponente di vertice dell’omonima cosca unitamente al fratello Pietro, che ha all’attivo condanne irrevocabili, tra l’altro, per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. Al riguardo si segnala che Pietro Labate (già resosi latitante dal 11.04.2011 al 12.07.2013) è stato, da ultimo, sottoposto a fermo di indiziato dal Gico di Reggio Calabria per il reato di intralcio alla giustizia aggravato dalle finalità nonché dalle modalità mafiose per le minacce perpetrate ai danni di una testimone – in un importante processo in corso proprio nei confronti del fratello Michele e di altri esponenti della cosca Labate – volte a indurla a commettere il reato di falsa testimonianza.

Gli altri interessati dal presente provvedimento sono i fratelli Giovanni e Pasquale Remo colpiti nel giugno del 2013, unitamente a Michele Labate, da ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Reggio Calabria poiché ritenuti gravemente indiziati dei reati di estorsione aggravata dalle modalità e dalle finalità mafiose.

La misura di prevenzione patrimoniale ha, infine, interessato gli eredi di Antonio Finti, già titolare di una merceria a Reggio Calabria in una traversa di via Aldo Moro, deceduto nel 2014. Si tratta di un soggetto immune da precedenti penali che, sin dagli anni ’80, aveva reinvestito i proventi illeciti della cosca, attraverso svariate acquisizioni immobiliari.

La sua vicinanza ai Labate è stata ricostruita attraverso puntuali riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia (“io ho appreso da Michele Labate … che c’era un’altra persona che gli faceva … un’altra sorta di contenitore del grande impero dei Labate, che è un tale Tony Finti … una volta mi ha detto … mi devi portare affari soltanto nella zona dove arriva il mio compare”).

Nonostante l’intero patrimonio accumulato in vita dal Finti (71 immobili e 2 terreni, oltre a disponibilità finanziarie) fosse poi passato in successione alla moglie ed ai figli, si è proceduto al suo sequestro grazie al nuovo Codice Antimafia che consente, entro 5 anni dal decesso del soggetto nei confronti del quale potrebbe essere disposta la confisca, di aggredire anche i beni pervenuti agli eredi.

L’esistenza e l’operatività della cosca Labate nella zona sud di Reggio Calabria e, in particolare, nei quartieri Gebbione e Sbarre, è stata più volte accertata con più di una pronuncia già passata in giudicato. A tal proposito – come precisato nel provvedimento della Sezione Misure di Prevenzione – “già con sentenza n. 9/1997 emessa in data 16.2.1997 nell’ambito del proc. Pen. 6/1995 RG Assise – 99/1992 Rgnr Dda, è stato riconosciuto il ruolo di primo piano di Michele Labate e del fratello Pietro nella omonima cosca e, nello specifico, è stato accertato che, nella zona di competenza, la cosca Labate aveva il controllo assoluto della gestione delle attività economiche, con particolare riferimento al settore del commercio della carne, oltre che a quello dell’edilizia e del movimento terra già a far data dal 1987”.

La situazione di assoluto dominio della predetta organizzazione criminale nel territorio criminale si è mantenuta del tutto invariata nel corso dei decenni successivi per come emerge, oltre che dalle successive sentenze intervenute nel corso degli anni, anche dalle plurime e convergenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che hanno, tra l’altro, ricondotto i due fratelli Remo nell’orbita dei Labate (“i Remo e i Labate nel settore della carne sono stati sempre ‘tutta una cosa’”); legame, questo, che a detta di alcuni risalirebbe già alla metà degli anni ottanta.

Con riferimento a Michele Labate e ai fratelli Remo, una volta delineato il profilo di pericolosità sociale qualificata dei proposti, la successiva attività investigativa ha consentito di qualificare le imprese a loro riconducibili nel genus delle imprese mafiose in quanto nate e accresciutesi sfruttando il potere mafioso della cosca Labate per sbaragliare la concorrenza, per imporsi sul mercato, per procurarsi clienti, con totale alterazione delle regole della concorrenza, finendo per operare nella zona di competenza in posizione sostanzialmente monopolistica.

A tal fine è stata estrapolata e acquisita copiosa documentazione – consistente in contratti di compravendita di beni immobili, di quote societarie, atti notarili, ecc. – necessaria a ricostruire ogni singola operazione economica effettuata dai fratelli Labate e Remo. Il materiale così acquisito è stato oggetto, quindi, di circonstanziati approfondimenti volti a dimostrare che tutti gli investimenti dei proposti e dei componenti dei loro nuclei familiari sono stati effettuati con denaro di provenienza delittuosa in quanto derivante da attività imprenditoriale svolta secondo modalità mafiose.

Per quanto riguarda Antonio Finti, sebbene il suddetto non sia mai stato direttamente coinvolto in procedimenti penali, la sua appartenenza alla ‘ndrangheta e, quindi, l’esistenza del profilo di pericolosità sociale qualificata del proposto è stata accertata attraverso i plurimi e puntuali riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, posti in essere dai finanzieri. Le indagini effettuate dal Reparto Speciale hanno ricostruito le vicende economiche e finanziarie dell’intero nucleo familiare di Finti sin dal 1972. L’analisi dei flussi finanziari e la disamina dei numerosi contratti di compravendita hanno consentito di delineare un quadro indiziario sufficientemente chiaro, dal quale emerge come gli investimenti immobiliari effettuati nel tempo siano assolutamente sproporzionati rispetto alle risorse lecite di cui Finti poteva disporre. Ciò sebbene lo stesso avesse costantemente posto in essere negli anni accorgimenti idonei a precostituirsi un’apparente capacità economica lecita, dichiarando, ad esempio, redditi d’impresa di gran lunga superiori rispetto a quelli di attività commerciali similari per ubicazione e dimensione.

In esecuzione del decreto emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria sono stati, quindi, sottoposti a sequestro di prevenzione i seguenti beni riconducibili a Michele Labate, a Giovanni Remo e Pasquale e ad Antonio Finti: patrimonio aziendale e quote sociali della “Macelleria Polleria Di Remo Fortunata”; ditta individuale “Macelleria Remo Giovanni”; patrimonio aziendale e quote sociali della “Remo Giuseppe E Figli Srl”, esercente l’attività di commercio all’ingrosso di pollame, conigli, cacciagione, volatili vivi; patrimonio aziendale e quote sociali della “Remo G. Sas di Romeo Maria & Figli”, esercente l’attività di commercio al dettaglio di carni; ditta individuale “Polleria Remo di Remo Pasquale”; ditta individuale “Gastronomia di Arcudi Giovanna” esercente l’attività di ristoranti, trattorie, pizzerie, osterie e birrerie con cucina;  97 beni immobili, tra appartamenti, locali commerciali e terreni tutti siti in Reggio Calabria; sei autoveicoli; plurimi rapporti finanziari/assicurativi personali o aziendali. Il tutto per un valore stimato pari a circa 33 milioni di euro.

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