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Referendum trivellazioni, la battaglia di Greenpeace. Ma c’è chi parla di “bufala”

Sul caso trivellazioni del suolo marino negli ultimi giorni stanno impazzando diverse polemiche. In effetti, il governo ha deciso di indire un referendum, il 17 aprile, in cui gli italiani potranno votare sulla decisione di trivellare i fondali marini alla ricerca e sfruttamento di giacimenti di petrolio, a cui Greenpeace si sta opponendo con grande fervore al grido “L’Italia non si trivella”.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica sul referendum, i volontari dell’associazione, in azione in 23 città di tutta Italia, hanno mostrato fotomontaggi ritraenti un’Italia sporcata dal petrolio, realizzate grazie al contributo del digital artist Olmo Amato. Una vera e propria provocazione con la quale si intende denunciare l’incompatibilità tra la nostra identità culturale e la strategia energetica del governo, ancora fondata su vecchie e inquinanti fonti fossili.

“La scelta del governo di far votare gli italiani il 17 aprile – dichiara Rossella Muroni, presidente di Legambiente – comporta che i tempi per informare i cittadini sul referendum sulle trivellazioni in mare e sull’importanza del quesito siano strettissimi, ma ce la metteremo tutta per coinvolgere gli italiani in questa partita importantissima”.

Muroni è convinta che  la decisione del governo di fissare il referendum il 17 aprile, e di non averlo voluto accorpare alle elezioni amministrative che si terranno più avanti, limiti fortemente le possibilità di coinvolgimento e quindi di partecipazione degli italiani a una consultazione che interessa tutto il paese.

Per legge, la propaganda elettorale, con le sue regole e i suoi divieti, inizia infatti dal 30esimo giorno antecedente la votazione; in questo caso il 18 marzo, come riportato nella circolare del Ministero dell’Interno del 26 febbraio ai prefetti della Repubblica.

“Sarebbe stato necessario avere più tempo a disposizione per spiegare che tutto il petrolio presente sotto il mare italiano basterebbe al nostro Paese per sole 7 settimane – prosegue Muroni – mentre già oggi produciamo più del 40% di energia da fonti rinnovabili. E che se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare Sì, perché così le attività petrolifere in mare entro le 12 miglia andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni”.

I promotori di questo referendum, ben 9 Consigli Regionali, chiedono di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.

 Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

Si voterà in tutta Italia e potranno votare anche gli italiani residenti all’estero. Sarà possibile votare soltanto nella giornata di domenica 17 aprile.

“Chiediamo – afferma Andrea Boraschi della campagna Energia e Clima di Greenpeace – a ogni italiano di partecipare al referendum sulle trivelle del prossimo 17 aprile. È un appuntamento che riguarda il Paese nella sua interezza, non solo alcuni territori”. “In ballo – conclude – ci sono questioni della massima importanza per tutti: il futuro del nostro sistema energetico; la scarsissima occupazione che potrebbe venire dalle trivelle contro l’enorme perdita di posti di lavoro che potrebbero subire il turismo e la pesca; le nostre finanze pubbliche, giacché ai petrolieri si continuano a garantire privilegi sconosciuti a ogni altro cittadino; la qualità dell’aria delle nostre città e la speranza di liberarci dallo smog delle automobili. Il 17 aprile possiamo scegliere che Paese vogliamo diventare: ostaggio delle lobby fossili o una comunità vitale che guarda al futuro e alle energie pulite”.

Ma alle considerazioni di Greenpeace l’opposizione, più che dalle lobby del potere petrolifero, sta arrivando direttamente dal web con un articolo pubblicato da un sito che classifica la vicenda come “bufala”.

Con l’ironico titolo “Lo scoop di Greenpeace” i blogger di “Ottimisti razionali” (qui l’articolo) hanno, punto per punto, confutato il documento “Trivelle fuorilegge” (scarica il pdf) dell’associazione.

Ad esempio, laddove Greenpeace inneggia contro l’Arpa, i blogger controbattono affermando: “Gli scarichi a mare sono sottoposti a continui controlli anche da parte delle Capitanerie di Porto di competenza, coadiuvate dalle Arpa, che effettuano verifiche sul rispetto dei volumi di acque scaricate, sulle manutenzioni eseguite sui sistemi di trattamento e campionamenti per la verifica analitica del rispetto delle prescrizioni previste nei decreti di autorizzazione”.

Ancora, alla considerazione “Sì, le trivelle sono impianti inquinanti”, i blogger rispondono: “Sappia Greenpeace che alle località della riviera romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, sono state assegnate nel 2015 ben 9 bandiere blu. Per la gioia dei milioni di turisti che affollano ogni anno le nostre spiagge in Adriatico”.

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