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David Bowie: 69 anni e un nuovo album “inconsueto”

Il 2016 sarà l’anno di David Bowie che, per il suo 69esimo compleanno, lancerà un nuovo disco Blackstar, un album il cui titolo, secondo il volere del suo autore, non andrebbe scritto ma soltanto illustrato grazie al disegno di una stella nera. Un album che usce in vari formati, tra i quali una curiosissima edizione, in esclusiva per l’Italia, impreziosita da cristalli Swarovski.

Un lavoro nel quale l’artista inglese riprende molti dei fili musicali che ha disseminato in quasi cinquant’anni di musica. Bowie sorprende, non offre indizi per la comprensione ed evita accuratamente di compiacere l’ascoltatore. Sfugge ogni possibile hit, mette al bando ogni costruzione prevedibile per i suoi pezzi e se ne va libero a caccia di suoni possibili, tanto che per trovare l’unica vera “ballata” del disco bisogna aspettare l’ultimo brano, I Can’t Give Everything Away, non privo di inaspettate dissolvenze, riprese e spezzature ritmiche.

Blackstar si muove tra grandi orchestrazioni e arrangiamenti elettronici, tra avant jazz e drum’n’bass: sette brani sempre, o quasi, sopra i cinque minuti, addirittura vicino ai 10 minuti nel caso della title track, in pratica tre canzoni in una, con l’intermezzo soul in stile anni Sessanta; pezzi musicali, perché chiamarle canzoni non è solo fuorviante, è sbagliato, la cui direzione comune è l’imprevedibilità, l’improvvisazione, la ricerca dell’emozione senza alcuna preoccupazione di cantabilità. Anche per la voce Bowie sembra aver voluto utilizzare un codice inedito, quasi religioso, e si propone spesso in doppia voce scegliendo per la seconda registri alti, falsetto anche se con uno stile che suggerisce il canto e non lo canta, dice senza dire come del resto fanno i testi, criptici, dove le immagini di morte non trovano mai consequenzialità o spiegazione.

“Il nostro obiettivo, per diversi motivi, era di evitare accuratamente il rock & roll” ha spiegato il produttore Tony Visconti, che ha curato il cambio di direzione dal precedenteThe Next Day, sempre prodotto da lui. Per assicurare quel risultato, Bowie si è circondato di musicisti jazz, a cominciare dal sassofonista Donny McCaslin, aperti alle sperimentazioni tanto da gestire al meglio le sue richieste, miscelando elementi krautrock, pop, rock e jazz e arrivando ad una fusione di suoni che interseca e rinnova i generi conosciuti e catalogati finora.

 

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