Casal di Principe - San Cipriano - Casapesenna

Amedeo Letizia: “Oggi Casal di Principe è parte dello Stato italiano”

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«Cosa è cambiato in questi anni? Lo Stato ha messo finalmente mano alla “pratica” Casal di Principe. Negli anni drammatici della mia adolescenza, le istituzioni latitavano, oggi a Casale le persone toccano con mano cosa significa essere dalla parte dello Stato». Lo ha detto Amedeo Letizia, attore, produttore cinematografico e autore, insieme a Paola Zanuttini, di “Nato a Casal di Principe, una storia in sospeso” (Minimum fax) nel corso di Stilelibero, la trasmissione radiofonica di approfondimento ideata da Claudio Lombardi e da Antonio Salvati e condotta da Salvati, ogni martedì, a partire dalle 16, dagli studi di New Radio Network, a Maddaloni (Caserta).

Lo Stato ha deciso di affrontare la “pratica” Casal di Principe

Il “Delitto di cittadinanza” è stato il filo rosso della puntata dedicata alle testimonianze di chi sa che nascere nel rione Scampia di Napoli o nel quartiere Zen di Palermo o a Casal di Principe e nell’Agro Aversano può trasformarsi in un marchio indelebile. «Casal di Principe era una realtà dura, soprattutto negli anni Ottanta. Noi ragazzi non conoscevamo l’innocenza dell’adolescenza di un ragazzo di Roma, non sapevamo cosa significasse andare al cinema o in biblioteca», ha spiegato Letizia che ha aggiunto, alla vigilia della sentenza a carico dei presunti mandanti dell’omicidio del fratello Paolo: «In questo periodo vivo un’esperienza terribile, perché vedo in un’aula di tribunale tanti volti che un tempo reputavo amici o conoscenti e che oggi sono imputati per l’omicidio di mio fratello. Come Walter Schiavone che, insieme a Francesco Bidognetti, è considerato il mandante di quel delitto e che ha abitato da sempre vicino casa di mia madre».

Ricostruire l’economia nei territori devastati dalle mafie

Per Marcello De Rosa, sindaco di Casapesenna e ospite in studio di Stilelibero, «il nostro territorio sta respirando un’aria diversa grazie all’azione dello Stato. Ora tocca a noi sindaci, amministratori, politici, fare la nostra parte». De Rosa, sotto scorta dopo un’aggressione subita nel 2014, ha sottolineato come «è necessario ridare ai cittadini ciò che la camorra ha tolto, ossia la dignità. E bisogna farlo ricostruendo l’economia che la camorra ha devastato. Prima parlare di camorra era impossibile, ora è facile, anzi lo fanno tutti. Ma questo non è più il tempo delle parole. È il tempo dei fatti». Anche per Giovanni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce, la società consortile che gestisce i beni confiscati alla criminalità organizzata, «la sfida per il futuro è creare, attraverso l’utilizzo dei beni confiscati, opportunità lavorative per i giovani. Nel 2016 – ha proseguito Allucci – altri inaugureremo cinque beni confiscati, ma la sfida vera sarà con la nuova programmazione comunitaria 2014-2020. Dobbiamo puntare sullo sviluppo di questo territorio, non solo dal punto di vista culturale ma anche dal punto di vista occupazionale».

Lo psicologo avverte: il “like” non è antimafioso

«Il like non è antimafioso» è stato il monito dello psicologo Antonino Giorgi, professore alla Facoltà di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università del Sacro Cuore e autore, con Francesca Calandra, di “Io non pago, la (stra)ordinaria storia di Gianluca Maria Calì” (Ipoc). Giorgi studia da anni la psicologia dei fenomeni mafiosi: «Il mafioso o lo ‘ndranghetista non sono freddi perché anaffettivi. Non provano emozioni, perché non ne hanno, sono come dei replicanti». «Il fenomeno strano che notiamo oggi – ha spiegato – è che molte vittime di mafia ostentano, nel senso positivo del termine, la necessità di un rafforzamento dei legami sociali non attraverso il legame sociale comunitario vero, ma sui social network. Questo per noi è un dato significativo, ma preoccupante, perché il social è illusorio per tutti».

L’arte e il volontariato come “enzimi” di legalità

Per Vincenzo Monfregola, poeta e presidente della onlus CentroInsieme di Scampia, «il peso di nascere in un rione come il nostro me lo fece capire la mia maestra delle elementari quando arrivò a dividere la classe a metà a seconda della provenienza». «Con CentroInsieme – ha proseguito – ci siamo avvicinati ai più piccoli con il pretesto del doposcuola per capire quali erano le loro esigenze e quelle delle loro famiglie. Le istituzioni? Il supporto morale c’è, quello economico è impensabile. Per fortuna il quartiere ci supporta: ad esempio, le mamme si organizzano per le pulizie e i papà ci aiutano nei nostri spostamenti». Anche per Antonio Manfredi, direttore del Contemporary Art Museum di Casoria e più volte minacciato dalla criminalità per le sue campagne contro la camorra, il problema resta l’indifferenza delle istituzioni: «Il Cam? È il Fort Apache dell’arte, un luogo dove la gente apre gli occhi. Noi facciamo la nostra battaglia antimafia con la cultura ma senza un aiuto pubblico è impossibile andare avanti. Forse, qui c’è poca voglia di un luogo culturale come il CAM di Casoria, che ospita una collezione che vale svariati milioni di euro».

Il consumo critico contro il racket delle estorsioni

«Fino a poco tempo fa pensavamo che mafia, camorra e ‘ndrangheta fossero solo un problema del Sud. La realtà è che anche la Lombardia è molto coinvolta, perché quella della criminalità organizzata ormai è una piaga nazionale», ha spiegato Giovanni Arzuffi, coordinatore del progetto «La Tela-Osteria sociale del buon essere» realizzato in un bene confiscato alla criminalità organizzata a Rescaldina, in provincia di Milano. «Sarà un ristorante – ha spiegato Arzuffi – dove si mangerà bene ma si nutrirà anche il cervello con eventi culturali e spazi per incontri. Sarà il nostro modo di fare antimafia».  Pico Di Trapani, del comitato Addiopizzo di Palermo, ha spiegato come funziona l’iniziativa “Consumo critico antiracket”: «Alla base c’è l’idea di responsabilizzare ognuno di noi nei confronti della forza del potere di Cosa Nostra nel nostro territorio. Noi invitiamo i cittadini/consumatori a sostenere con i propri acquisti i commercianti che si oppongono alle richieste estorsive della mafia».

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