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Festival di Roma, il pubblico premia il coraggio delle donne indiane

Il Festival di Roma ha fatto dieci e per l’occasione è tornato alla primigenia natura di Festa del Cinema internazionale. Una dimensione fortemente voluta dal neo direttore artistico della rassegna, lo scrittore e regista Antonio Monda in pieno accordo con il presidente Piera Detassis, che ha avuto la garanzia di cominciare da qui un percorso triennale atto a rilanciare la rassegna capitolina nel panorama delle kermesse planetarie.

Recuperata l’identità di happening della Settima Arte, più che di tradizionale concorso con premi e giurie spesso faziose, Monda ha restituito al pubblico il potere, tramite un sistema elettronico di votazioni, di decretare il vincitore ufficiale della manifestazione. Che è risultato, infine, l’indiano “Angry Indian Goddesses” di Pan Nalin, racconto in stile Bollywood di un gioioso incontro tra amiche per celebrare un addio al nubilato pronto a mutare drammaticamente toni e situazioni.

Ancora una volta il colore e il calore provenienti dalla terra di Gandhi ha fatto breccia negli occhi e nel cuore degli spettatori, colpiti anche dalla profonda riflessione sulla condizione femminile in India in continua evoluzione ma costantemente minacciata dalla violenza maschile sia familiare sia da parte di estranei.

Anche il direttore si è complimentato con la consapevole scelta operata dal pubblico in sala e caduta su una delle opere da lui preferite, e la stessa Detassis si è augurata che, grazie all’alloro ottenuto, la pellicola esca presto nei nostri cinema. Certamente, la decima edizione non passerà agli annali come quella di maggior successo (presenze in calo a causa anche di un giorno e una sala in meno concessi rispetto alle passate edizioni), ma il rinnovamento auspicato speriamo possa portare i frutti sperati già dal prossimo anno.

La “dieta dimagrante” (anche per ragioni di budget) messa in atto da Monda con solo 37 titoli in cartellone, nessuna madrina, red carpet ridotto all’osso e privo di star di grandissimo richiamo (se si eccettua la presenza della Bellucci nazionale), ma con un’attenzione particolare ad “incontri ravvicinati” di sicuro prestigio (ricordiamo, tra gli altri, quello con il geniale Wes Anderson) avrà sicuramente effetti benefici per l’evento.

Un “ritorno al passato” (di cui abbiamo già detto prima) capace, quindi, di proporsi quale viatico per la completa rinascita di un festival che, soffocato tra i maggiormente famosi e prestigiosi Venezia e Torino, stava rischiando di non avere più ragione di esistere.

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