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“La penna ferisce più della spada, ma da essa non ti difende”

È una tranquilla mattinata di gennaio al numero 10 della rue Nicoles-Appert, XI arrondissement di Parigi, in Francia. La redazione del periodico satirico “Charlie Hebdo” è riunita come di consueto per discutere sulle idee per il prossimo numero.

Charlie Hebdo aveva ricevuto minacce nei mesi scorsi e il poliziotto Franck Brinsolaro si trova lì intento a proteggerla. Osserva distratto, sono ancora le 11, è tutto nella norma.

Mezz’ora dopo, due uomini mascherati e armati di Ak-47 si avvicinano alla sede del giornale. Sgranate immagini, riprese dal cellulare di un inerme spettatore, testimonieranno la strage storica, inconsapevole futuro vessillo della lotta al terrorismo.

Il mondo ascolterà a lungo l’eco di quel drammatico 7 gennaio 2015, udirà spesso i nomi dei dodici morti, si sdegnerà per la rivendicazione dell’attentato da parte degli jihadisti e griderà più volte “Je suis Charlie”.

Passano diversi mesi, dall’altra parte del mondo in una soleggiata giornata di agosto nei pressi dello Smith Mountain Lake, in Virginia, Stati Uniti, la giovane giornalista ventiquattrenne Alison Parker sta intervistando la direttrice della locale Camera di Commercio Vicki Gardner, a riprendere il servizio per l’emittente tv locale Wdbj è il ventisettenne Adam Ward.

Alison e Adam hanno lavorato strenuamente per quell’incarico e la loro vita sembra avere trovato la giusta direzione anche a livello personale: presto sposeranno i rispettivi partner. Durante la diretta, tuttavia, l’entusiasmo di Alison viene mozzato da dei colpi sordi: qualcuno sta sparando. Le immagini filmate fanno il giro del mondo: l’afroamericano Vester Lee Flanagan ha freddato gli ex colleghi in nome di presunti commenti razzisti ricevuti in passato dalla Parker.

Due storie diverse, distanti un oceano e qualche mese. Persone che hanno poco in comune, tranne il giornalismo e una morte precoce e violenta.

C’è chi di questi due temi fa una caratteristica, dei compagni di viaggio irrinunciabili, come i giornalisti di guerra o i reporter di eventi atmosferici estremi, che vanno proprio lì dove gli altri cercano di fuggire.

Il lavoro di giornalista consiste nel trovare il pericolo e documentarlo, barattando troppo spesso la sicurezza con la notizia.

Decade il buon senso e, talvolta, si aggrava anche la furia omicida nei confronti di questi lavoratori che rappresentano il “quarto potere”, come definiva Welles.

Così il giornalista viene preso di mira, perché nel mondo dominato dalla logica dell’immagine anche la guerra è un continuo “mostrare” e il giornalista è il primo pittore, fotografo sia effettivo che per iscritto, della realtà.

È il caso, datato 2014, della tragica decapitazione di James Foley e Steven Sotloff, davanti all’obiettivo di una telecamera accesa, per opera della mano brutale del britannico di origine araba Jihadi John.

Secondo un’indagine del “Reporters sans frontieres”, risalente ad agosto 2014, sono 43 i giornalisti uccisi nel medesimo anno, 8 i loro assistenti, 12 i blogger e gli attivisti che lavoravano come giornalisti. Recenti statistiche, invece, indicano circa 40 giornalisti uccisi finora nel 2015.

Almeno 28 giornalisti italiani sono stati uccisi negli ultimi 50 anni, 11 in Italia e 17 all’estero.

Asia e Medio Oriente sono le zone più pericolose dove svolgere il ruolo di giornalista: Pakistan, Siria, Afghanistan, Palestina, Iraq e l’europea Ucraina.

Una triste sequela di luoghi dove essere giornalista è divenire quasi sempre una sospettata vittima. Ad uccidere gli operatori dell’informazione, tuttavia, non è solo la guerra. Secondo il rapporto stilato dall’l’IFJ per le morti di giornalisti nel 2014 la colpa è anche imputata alla mancanza di un’azione mirata da parte di governi e istituzioni per ridurre i rischi e garantire maggior sicurezza. “Il livello di violenza contro i giornalisti –  ha affermato la segretaria generale dell’IFJ, Beth Costa –  è inaccettabilmente alto in molti paesi dove i giornalisti, per fare il loro lavoro, rischiano la vita quotidianamente”. “Purtroppo – aggiunge – quest’anno molti hanno pagato il prezzo più alto e hanno perso la vita a causa della spirale di violenza che sta sommergendo i media, alimentata anche dal clima di impunità”.

“In Italia abbiamo troppo spesso sottovalutato l’entità e la diffusione del fenomeno delle intimidazioni agli operatori dell’informazione”, ha affermato di recente il presidente del Senato Pietro Grasso. Grasso ha inoltre auspicato correzioni al testo che rivede le norme sulla diffamazione a mezzo stampa, approvato dalla Camera qualche mese fa.

Durante il convegno, organizzato quest’estate, “Proteggere i giornalisti, conoscere le verità scomode” promosso da Fnsi e Ordine dei giornalisti in collaborazione con l’associazione “Ossigeno per l’informazione”, interessante è stato il commento di Don Luigi Ciotti, presidente dell’Associazione “Libera” contro i soprusi delle mafie: “Proteggere i giornalisti significa proteggere la democrazia del Paese. L’informazione non è tale se non è indipendente, ma sempre più spesso ci sono poteri che ostacolano la pubblicazione delle notizie, attraverso le intimidazioni e le pressioni. Dobbiamo imparare a non lasciare soli i giornalisti minacciati, perché non c’è niente di più orribile dell’isolamento”. In Italia, infatti, il mestiere del giornalista, soprattutto locale, è molto rischioso.

La convergenza troppo spesso presente tra stato e organizzazioni criminali rappresenta un inquietante muro che il buon giornalista cerca di scavalcare per documentare e denunciare il malaffare. Inchieste e servizi investigativi muovono i reporter a rischiare la propria incolumità.

Si passa dai nomi storici del giornalista siciliano Peppino Impastato o del torinese Mauro Rostagno assassinati, per le loro continue accuse e denunce contro cosa nostra, ai casi più recenti di Rosaria Capacchione e Roberto Saviano costretti a vivere sotto scorta per le incredibili testimonianze presenti nei rispettivi libri “L’oro della camorra” e “Gomorra”.

A sventare irregolarità o bighe economiche, sociali e finanziare, nonché svelare le tendenze mal affaristiche di determinati governi sono stati grandi nomi del giornalismo italiano, come quello di Ilaria Alpi, simbolo palese di una sicurezza che ai giornalisti viene garantita poco.

Inviata del TG3, la Alpi nel 1994, anno di morte, si trovava a Mogadiscio in Somalia per seguire la guerra civile e per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali in cui aveva scoperto un presunto coinvolgimento italiano.

Verrà uccisa assieme all’operatore Miran Hroviton sotto i colpi di un kalashnikov in circostanze e per motivazioni mai del tutto chiarite.

Storie memorabili e commuoventi di uomini che stavano semplicemente svolgendo un lavoro. Se, almeno di norma, viene tutelato l’operaio, il panettiere, il medico, l’avvocato, il poliziotto, dovrebbero essere ugualmente e profondamente tutelati proprio loro, i giornalisti, che sono prima voce del popolo e, di rimando, di tutti questi lavoratori.

“C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette”, affermava Napoleone, ma se dalla scrittura Napoleone poteva ancora difendersi è, purtroppo, oggettivo che sotto le baionette si muore e solitamente quelle baionette colpiscono proprio i tre giornali ostili.

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