Italia

Caporalato, sette arresti a Rosarno per sfruttamento immigrati

Rosarno (Reggio Calabria) – Associazione a delinquere finalizzata alla intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro ed altro. Con queste accuse sette persone sono finite agli arresti domiciliari nel corso dell’operazione denominata “Confine” portata a termine dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria.

I carabinieri infatti, nelle sue articolazioni territoriali quali la compagnia di Gioia Tauro, con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria” e della compagnia Speciale del Gruppo Operativo Calabria di Vibo Valentia, hanno dato esecuzione a sette ordinanze di custodia cautelare personali nel regime degli arresti domiciliari.

L’operazione ha avuto avvio nel mese di novembre 2013, con l’obiettivo principale di perseguire la condotta delittuosa del famigerato “Caporalato”.

Sotto la costante direzione ed il coordinamento della Procura della Repubblica di Palmi, nella persona del pubblico ministero Luigi Iglio, i militari hanno svolto molteplici servizi, effettuati in condizioni spesso proibitive, sul territorio della Piana di Gioia Tauro, con lo scopo di documentare le attività di sfruttamento del fenomeno del “Caporalato” (definito come sistema “distorsivo” del normale processo d’incontro tra domanda ed offerta di lavoro), dell’immigrazione clandestina e dell’agevolazione e sfruttamento del lavoro extracomunitario clandestino.

Il “Caporale” è colui il quale svolge un’attività d’intermediazione reclutando manodopera giornaliera, sovente non specializzata, per collocarla poi presso i datori di lavoro, pretendendo a titolo di compenso per l’attività svolta una percentuale della retribuzione dai lavoratori interessati subordinati che versano in condizioni di particolare vulnerabilità sul piano economico-sociale, ora stranieri privi del permesso di soggiorno, ora inoccupati alla ricerca disperata di un impiego.

L’entità della somma trattenuta dal “Caporale” a titolo di compenso, alle volte, supera il 50% della paga giornalmente percepita dai prestatori d’opera deprivandoli dei seppur minimi mezzi di sostentamento quotidiani. L’attività dei “Caporali” trova l’appoggio e la complicità di datori di lavoro conniventi, che, aderendo all’offerta di manodopera di quelli, conseguono ingenti risparmi sul versante fiscale e previdenziale, in relazione all’assunzione dei prestatori di lavoro, che avviene, quasi regolarmente, “in nero” e senza alcuna garanzia. I soggetti sfruttati, difatti, non hanno diritto a riposi settimanali, ferie pagate, malattia e sono obbligati a lavorare senza un adeguato abbigliamento protettivo, facendo fronte alle avversità climatiche con mezzi di equipaggiamento di fortuna. Gli orari condotti sono, a dir poco, massacranti per una paga che si aggira a poco meno di 0,50 centesimi a cassetta per la raccolta degli agrumi.

Le indagini hanno consentito di far luce su quella che è la realtà ancora in atto nel territorio della Piana di Gioia Tauro nonché sulle condizioni in cui versano i poveri lavoratori, sfruttati e mal pagati da persone senza scrupoli. La complessità delle indagini ha permesso di dimostrare come accanto allo sfruttamento di extracomunitari di origine nordafricana, vi è quello dei soggetti dei paesi comunitari soprattutto dell’Est Europa (in particolare cittadini di nazionalità bulgara).

Il sistema in cui opera tale sfruttamento appare, senza dubbio, difficile da smantellare, anche perché spesso i “Caporali” esercitano pressioni psicologiche tali da annullare le volontà dei lavoratori costretti a lavorare secondo le loro condizioni ed i loro dictat. L’organizzazione criminale, formata da soggetti per lo più gravati da precedenti penali e di polizia anche specifici, dunque, si è dimostrata in grado di garantire, con continuità, agli imprenditori la forza lavoro che gli è necessaria per conseguire un ingiusto profitto dallo sfruttamento della manodopera straniera ed irregolare e ben definiti sono i ruoli sia dei “Caporali” che dei datori di lavoro.

I provvedimenti di sequestro preventivo hanno riguardato beni di natura immobile, tra cui la società denominata “Apo Calabria Società Cooperativa agricola a r.l.” nonché mobili, come i mezzi adoperati per il trasporto degli extracomunitari sui terreni, per un valore complessivo di circa 1 milione di euro.

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