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Angelina Jolie sostiene “Difret” il film etiope di Berhane Mehari

Uscirà il prossimo 22 gennaio il film di Zeresenay Berhane Mehari, “Difret”, una storia di coraggio e determinazione, sofferenza e frustrazione che mette in crisi le convezioni discriminatorie, per il sesso debole, ampiamente diffuse in Etiopia. Una pellicola che, merito della sua capacità di rapire e mostrare uno spaccato reale di quella società, è sostenuta e promossa da Angelina Jolie.

L’attrice hollywoodiana ha, infatti, dichiarato: “Quando ho visto Difret per la prima volta ho pianto per i primi 20 minuti… ma poi ho sorriso per il resto del tempo, pensando che non vedevo l’ora che il mondo potesse vederlo, perché era in grado di provocare un cambiamento. Inoltre è straordinario il modo in cui è stato realizzato: è un’opera d’arte eccezionale e dimostra come la legge possa porre fine all’ingiustizia e aiutare le persone più vulnerabili”.

Al centro del racconto la drammatica vita di una quattordicenne, Hirut Assefa, prelevata da un gruppo di uomini a cavallo mentre torna a casa da scuola e stuprata in una baracca da quello che vorrebbe diventare suo marito. Un futuro sposo che agisce rispettando la Telefa, la pratica del rapimento a scopo di matrimonio, consuetudine diffusissima in Etiopia. Una storia che va avanti e indietro nel tempo, perché Hirut, umiliata, ferita e sporcata nella sua dignità da un uomo indegno, riesce ad ucciderlo, finendo poi in carcere, destinata alla pena di morte. Meaza Ashenafi, un’avvocatessa fondatrice dell’associazione Andenet, che opera nella capitale offrendo assistenza legale gratuita a coloro che non se la possono permettere (soprattutto donne vittime di abusi), decide di difenderla in tribunale, trasformando questo processo in una questione politico-istituzionale che porterà alla rimozione del Ministro della Giustizia e a una revisione del Codice Penale: dal 2004 la Telefa viene infatti punita con una condanna fino a 15 anni di reclusione mentre le violenze di genere e l’infibulazione sono per la prima volta classificate come crimini (anche se non sempre, ancora oggi, queste leggi vengono applicate).

Un intreccio di determinazione e coraggio, giustizia e tenacia, che ha permesso all’avvocatessa Ashenafi di conquistare il The Hungar Projects Prize (ovvero il Premio Nobel Africano), per il suo lavoro a difesa delle donne. Una storia che, tratta dal quotidiano, mostra il passaggio, così come racconta il regista, da una vecchia ad una nuova Etiopia: “Sono nato e cresciuto in Etiopia e mi sono trasferito negli Stati Uniti 15 anni fa: nell’ultimo decennio ho assistito al cambiamento e alla crescita del mio Paese, che avveniva in maniera contrastante. Volevo realizzare un film che catturasse questo mutamento continuo e che mostrasse gli sforzi necessari per il passaggio da una vecchia Etiopia a una nuova Etiopia”. Realizzato in Etiopia, girato in 33 mm e recitato in aramaico da attori locali, ha un titolo ambivalente che condensa, in sé, la violenza e il coraggio insiti nella vicenda narrata: “difret”, infatti, significa sia osare sia stuprare.

Un film che ha procurato anche il parere di Navy Pallay, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani: “Sfidare le tradizioni è importante ma richiede tempo: anche in Europa avvenivano matrimoni forzati e credo sia possibile anche per i Paesi in via di sviluppo, e in particolare per l’Africa, arrivare al rispetto per i diritti umani e per l’individuo. L’importante è la consapevolezza sempre maggiore che le giovani donne oggi hanno, e il non volere più tornare indietro”.

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