Italia

Mafia, arrestato Graziano: tritolo per uccidere il pm Di Matteo

 Palermo. E’ stato arrestato il boss Vincenzo Graziano: il pentito Galatolo svela il piano di assassionio, organizzato contro il pm Di Matteo.

Avevano scelto il vicolo Pipitone i capi delle famiglie mafiose di Palermo che, due anni fa, volevano organizzare un attentato contro il pm Di Matteo. All’alba di martedì, gli uomini delle fiamme gialle hanno fatto irruzione in quella strada, a metà tra il porticciolo dell’Acquasanta e i Cantieri navali. Gli uomini della Guardia di Finanza hanno passato al setaccio tutta l’area che era sotto il controllo mafioso, per cercare quel tritolo da usare nell’attento contro il pubblico ministero.

A rivelare il progetto criminoso è stato l’ultimo pentito di mafia, Vito Galatolo, che in quel vicolo Pipitone ha sempre vissuto. E, intanto, dall’altra parte della città, gli investigatori del nucleo speciale di polizia valutaria facevano irruzione nell’abitazione di uno dei mafiosi che avrebbero partecipato a quel summit, il boss Vincenzo Graziano: secondo Galatolo, avrebbe avuto il compito di procurare dalla Calabria 200 chili di tritolo e poi di conservarlo. Per lui è scattato un provvedimento di fermo per il reato di associazione mafiosa firmato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi, Dario Scaletta e Roberto Tartaglia. “Non abbiamo trovato il tritolo, nonostante abbiamo passato al setaccio un’area vasta che era sotto il totale controllo della ‘famiglia’ Galatolo. La mancata scoperta dell’esplosivo è una cosa che ci inquieta molto”, ha detto il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, durante la conferenza stampa parlando del blitz della finanza.

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Alle forze dell’ordine, quel vicolo palermitano, però, è già noto da tempo, da quando negli anni ’80 gli uomini della mafia si riunivano in quel luogo per mettere a punto i piani di ogni azione eclatante. Da qui partirono per uccidere il generale Dalla Chiesa, il segretario del Pci La Torre, il commissario Cassarà. È sempre da quest’angolo di Palermo che la mafia con la borsa carica di esplosivo che doveva fare saltare in aria il giudice Falcone davanti la sua villa dell’Addaura. Ora, i finanzieri passano al setaccio ogni anfratto del grande giardino che circonda il palazzo dei Galatolo. Ci sono pozzi, vecchie stalle. Il georadar segnala qualcosa in profondità, si scava. I vigili del fuoco aprono una porta di ferro. Intanto, i familiari di Galatolo sono tutti in strada e inveiscono sottovoce contro “l’infame”. Fino a un mese fa, Vito,Vituzzo, era il predestinato allo scettro della famiglia. E invece lui ha deciso di saltare il fosso, chiedendo di parlare con Nino Di Matteo. “Mi voglio togliere un peso dalla coscienza – gli ha spiegato – a giugno, quando sono stato arrestato, il progetto di attentato nei suoi confronti era ancora operativo”.

Così, sono scattate misure di sicurezza eccezionali attorno al magistrato che segue le indagini sulla trattativa Stato-mafia. Galatolo ha rivelato che l’ordine di morte nei confronti del pm Di Matteo era arrivato dal superlatitante Matteo Messina Denaro. E c’erano già due piani operativi: tritolo a Palermo, oppure un assalto con kalasnikov e bazooka a Roma.Una confessione che ha rivelato i più piccoli particolari di un progetto ben studiato. “C’era l’ordine del fratellone”, ha spiegato il pentito. Ovvero, dal superlatitante Matteo Messina Denaro. L’input arrivò nel settembre 2012. “Decidemmo di dare una risposta affermativa a Messina Denaro e decidemmo anche, vista l’impossibilità di quest’ultimo ad approntare il denaro necessario, di esporci economicamente per la preparazione e dell’attentato. In particolare io mi impegnai con 360.000 euro mentre le famiglie di Palermo Centro e San Lorenzo, si impegnarono per 70.000 euro. L’esplosivo sarebbe stato acquistato in Calabria da uomini che avevano della cave nella loro disponibilità e trasferito a Palermo”.

“L’esplosivo – continua ancora Galatolo – che io vidi personalmente in occasione di una mia presenza a Palermo per dei processi, era conservato in dei locali all’Arenella nella disponibilità di Graziano Vincenzo ed era contenuto in un fusto di lamiera e in un grande contenitore di plastica dura. Sopra questi bidoni vi era uno scatolo di cartone con all’interno un dispositivo in metallo della grandezza poco più piccola di un panetto”. Poi altri dettagli: “All’interno era composto da tanti panetti di colore marrone avvolti da pezze di tessuto. Ricordo inoltre che all’esterno, la parte bassa del contenitore di plastica blu era umida e con tracce di salsedine. Per tale motivo infatti Graziano mi disse che questo contenitore umido doveva essere sostituito. So che l’esplosivo è stato spostato da Graziano e penso che sia custodito in una sua abitazione con del terreno intorno in località Monreale”.

Ed infine l’avvertimento: “L’intento di organizzare l’attentato non è mai stato messo da parte; una volta ne parlai con Graziano Vincenzo all’interno del Tribunale ed avevamo pensato di posizionare unfurgone nei pressi del palazzo di giustizia ma non ritenemmo di procedere perché ci sarebbero state molte vittime. Pensammo anche, data la disponibilità della famiglia mafiosa di Bagheria, di valutare se procedere in località Santa Flavia, luogo dove spesso il dottore Di Matteo trascorre le vacanze estive… la presenza di tritolo sul territorio palermitano rende ancora attuale, a mio avviso, il pericolo dell’attentato nei confronti del dottore Di Matteo”.

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