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I sogni delle band aversane: “Wilful Dream” e “Handle with care”

 Aversa. Aversa, considerata una vera e propria piccola “metropoli” nella provincia di Caserta, è ricordata per essere una città di grande valore storico e artistico.

Patria dei celebri musicisti e compositori Niccolò Jommelli (1714 – 1774) e Domenico Cimarosa (1749 – 1801), in tempi moderni, rappresenta la culla di molte giovani band che partono dal piccolo borgo per conquistare un pubblico musicale molto più vasto a livello nazionale e, perfino, internazionale. È il caso dei “Wilful Dream” (Alessandro Caputo, Davide Capolongo, Giuseppe Scuotri e Giacomo Zapparrata). Formatasi nel 2008, la band ha presto prodotto un album: Fragments ed è riuscita a partecipare al prestigioso Oxjam Oxford Takeover Festival. Nelle loro risposte entusiaste, durante l’intervista (di seguito), c’è tutta la passione e la competenza di quattro giovani che stanno vivendo un sogno perché hanno avuto le capacità di costruirlo, mattone su mattone, con tenaci e ambizione. Il loro talento li ha premiati portandoli ad un successo ancora in crescita.

Descrivete, utilizzando tre aggettivi, il vostro primo album “Fragments”. Dinamico, concettuale, universale. Dinamico perché comprende 13 tracce di generi quasi completamente diversi tra loro, ma anche perché amiamo giocare sui volumi. Concettuale perché, essendo un concept album, sia i testi che la musica hanno un filo logico, una trama. Fragments, oltre ad essere il titolo della storia che il disco racconta, sta anche ad indicare la struttura frammentaria dei brani. Alcuni frammenti si ripresentano nel corso del disco: ad esempio in Labels c’è un richiamo a Summer Sand e durante la fine di Cold Rocks vengono riprese le linee vocali delle due tracce d’apertura. È universale sotto molti punti di vista: sia perché la storia non è legata ad un avvenimento che debba necessariamente essere contestualizzato in una determinata epoca, sia dal punto di vista del suono. È, inoltre, universale la scelta della lingua inglese che ci ha permesso di proporre il disco anche all’estero.

Quali sono state le influenze musicali decisive nella produzione dell’album? Con il termine “produzione” si include una serie di numerosi passaggi creativi strettamente incatenati tra loro con i quali si arriva ad un risultato concreto, partendo da idee. Se queste idee poi provengono da quattro menti diverse, il percorso è lungo e tortuoso. Dunque, i processi di produzione sono molto più difficili di come si possa immaginare. Siamo amanti della sperimentazione in ogni campo, ma solo quando non è fine a se stessa (ad esempio Absence (part I) è stata registrata con una tecnica detta “binaurale” che simula l’ascolto dell’essere umano). Per questo motivo siamo grandi estimatori di George Martin o Alan Parsons e non solo perché hanno dato vita a vere perle della storia della musica contemporanea, ma per il loro approccio alla registrazione di ogni singolo strumento. Se consideriamo poi che il numero di strumenti registrati in un brano può variare da 10 a 60 (Summer Sand comprende addirittura un’orchestra di 80 elementi), non è difficile capire quanto lavoro ci sia dietro ognuno di essi per far sì che nel risultato finale arrivino puliti e distinti ad occupare il loro ruolo nelle orecchie dell’ascoltatore. Odiamo e denigriamo la cosiddetta Loudness War (guerra di volumi) che ultimamente si fanno le case discografiche, ammazzando tutte le dinamiche delle loro produzioni: ogni strumento ha la sua natura e le proprie dinamiche e noi crediamo che vadano rispettate.

Come siete riusciti a cogliere l’opportunità di suonare Oltremanica? Internet è oramai un canale di fondamentale importanza per qualunque band voglia farsi conoscere fuori dalla propria città. Proprio grazie a questo mezzo, abbiamo ottenuto un manager e, dopo pochi mesi, quella per l’Oxjam Takeover è stata la prima chiamata.

Descrivete le emozioni provate durante il vostro concerto ad Oxford. Quali differenze avete notato tra il pubblico italiano e quello straniero? Credo sia quasi scontato dire che, per noi, si sia trattato di un evento unico, un’esperienza che ci ha formato dal punto di vista professionale e legato ancor di più dal punto di vista umano. La musica in Inghilterra è vissuta in maniera molto più profonda, ci sono una maggiore consapevolezza ed una certa dose di competenza. Ci aspettavamo sicuramente di trovare delle band di notevole livello, ma ci ha sorpreso constatare che il livello medio sia considerevolmente più alto che in Italia: anche la band tecnicamente meno preparata riesce a sorprenderti per il gusto musicale che dimostra nella composizione e per la cura degli arrangiamenti. E’ stato un piacere dividere il palco con colleghi del genere. Il pubblico poi, in parallelo, ha una maggiore predisposizione ad ascoltare, a scoprire nuove realtà girando per i locali della propria città e non esitando a pagare un biglietto d’ingresso per ascoltare della musica dal vivo, un’attitudine che, con le dovute eccezioni, manca al grande pubblico italiano.

L’Inghilterra è da sempre considerata la patria della “rock music”. Avete mai vagliato l’idea di trasferirvi lì definitivamente e tentare di realizzare lontano dall’Italia il vostro sogno? Il nostro rapporto con l’Inghilterra è appena iniziato: ora ci aspetta un periodo di lavoro in studio per ultimare le registrazioni del nostro secondo album, seguito ovviamente da tutto quello che comporterà dal punto di vista della promozione e degli impegni live, ma abbiamo già in agenda di ritornare quanto prima oltremanica, questa volta a Londra, per una serie di esibizioni. L’ottima risposta di pubblico riscontrata ad Oxford ci ha aperto numerose strade.

Quali sono i vostri progetti futuri? Tutti sognano di avere successo nella vita e di vedere ripagati i propri sacrifici e noi, di certo, non siamo da meno. Il nostro obiettivo primario, però, rimane quello di creare buona musica, così com’è stato fin dall’inizio del nostro percorso insieme.

 Aspira al successo anche un’altra band: gli “Handle with care” (Giulio Rubino, Fabrizio Luiso, Carmine D’Antonio e Paolo Corso) il cui nome letteralmente vuol dire “maneggiare con cura”. Il gruppo, formato da quattro amici uniti dalla passione per la musica, deve il suo nome alla dicitura trovata su di uno scatolone per il trasloco. “In realtà non è dovuto solo a quello – sorride Giulio (chitarrista, cantante e tastierista) – c’è anche un messaggio filosofico: qualsiasi espressione di pensiero, artistica o non, che può condizionare la persona umana, va trattata e curata con la massima cautela. L’istanza più tangibile di tale pensiero, a nostro avviso, è incarnata dall’arte della musica, in quanto riteniamo che la delicatezza della sua trama comunicativa sia immediatamente sperimentabile da qualsiasi essere umano”.

I giovani si occupano soprattutto di Hard rock, ma spaziano anche verso il Raggae e il Progressive. Amano i Pink Floyd, Jimi Hendrix, i Grand Funk Railroad, ma anche la musica d’autore del nostrano Battisti. Versatili e sempre pronti a mettersi in gioco, hanno recentemente prodotto due inediti scritti da Giulio Rubino. “In realtà – specifica Carmine (bassista) – i pezzi prodotti da Giulio sono stati rivisitati da tutto il gruppo. Siamo molto uniti e aperti al miglioramento”. La produzione di un intero album è ancora problematica, ma i live nelle loro agende non mancano di certo.

Come i Wilful Dream, che gli Handle with care considerano la miglior band aversana, sono energici ed entusiasti del loro operato. Quando gli chiedo se, in vista di un facile guadagno, suonerebbero mai generi ritenuti “commerciali” scoppiano in una fragorosa risata: “Paolo (batterista) probabilmente sì” scherza Fabrizio (anche lui come Giulio chitarrista, cantante e tastierista). Poi alzano le mani e specificano che suonano soltanto ciò che a loro piace suonare: “La musica non è un obbligo, non deve venire a “patti con nessuno”, la musica è divertimento, è gioia. Se suonassimo qualcosa che non ci piace solo per guadagnare facilmente non riusciremo a trasmettere al nostro pubblico alcun messaggio positivo”.

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