Italia

Lavoro, Renzi sfida la minoranza Pd. Bersani chiede “rispetto”

 Roma. “Nel mio partito c’è chi pensa” che dopo il 40,8% alle europee “si possa” continuare con “un ‘facite ammuina’” per cui “non cambia niente e Renzi fa la foglia di fico: sono cascati male, ho preso questi voti per cambiare l’Italia davvero”.

Matteo Renzi torna a difendere la sua riforma del lavoro, nonostante le polemiche e gli attacchi arrivati negli ultimi giorni dalla minoranza del Partito democratico e dai sindacati. Nel mirino c’è l’articolo 18, tema delicato e controverso sul quale non è facile trovare una via d’uscita.

“L’Italia deve cambiare – ha detto il premier in un’intervista al Tg2 il giorno dopo la lettera agli iscritti del Pd per attaccare la ‘vecchia guardia’ – sono anni che continuiamo a cambiare il governo ma non le cose. E, così come riformando la Costituzione non stiamo attentando alla democrazia”, con la riforma del lavoro vogliamo “rendere più semplice il lavoro: nessuno vuole togliere diritti ma darli a chi non li ha avuti”.

“Servono nuove regole semplici per gli imprenditori e in grado di garantire chi perde il posto di lavoro”, ha aggiunto il presidente del Consiglio e segretario dem, ribadendo che attualmente in Italia “è come se ci fosse la serie A e la serie B” dei lavoratori. In partenza per gli Usa, dove visiterà anche la sede di Twitter, Renzi afferma: “Noi possiamo cercare di collegare l’innovazione e il mondo del futuro alla creazione di posti di lavoro: gli americani hanno un tasso di disoccupazione che è la metà del nostro”.

Intanto, è intervenuto sul tema dell’articolo 18 anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: “Va abolito”, ha spiegato il leader degli industriali illustrando la tesi secondo la quale chi dall’estero vuol fare investimenti in Italia trova nell’art. 18 “un vincolo insormontabile”.

Nel Pd, però, non tutti sembrano disposti ad accettare le decisioni del premier. Gianni Cuperlo ha invitato Renzi a parlare senza “propaganda” evitando “provocazioni e ultimatum”. Ed è intervenuto anche Pier Luigi Bersani: “Non chiedo riconoscenza, ma un po’ di rispetto. Non mi fa arrabbiare ‘vecchia guardia’, ma sentirmi dare del conservatore: ho fatto più riforme io di tanti che ne chiacchierano”. L’ex segretario del Pd, poi, ha aggiunto sul Jobs act: “Così come c’è stata libertà di voto sul Senato, credo che ci sia anche su un tema delicato come il lavoro. Ma io sono fiducioso che, al di là delle asprezze, si trovi un punto di convergenza ed equilibrio”.

Le parti sociali, invece, sembrano non voler sbattere a tutti i costi la porta. Dopo la Cgil che sabato ha invitato il governo al dialogo, è stato il segretario della Uil Luigi Angeletti ad aprire uno spiraglio: “Siamo disponibili al dialogo sull’articolo 18 ma guai a toccare le forme di tutele che già ci sono”. “Non si deve togliere nessuna protezione a coloro che già ce l’hanno. – ha precisato – Se si tratta di dare un diverso sistema dai licenziamenti illegittimi a coloro che o sono disoccupati o hanno dei contratti per i quali non sono previste tutele, cioè di dare qualcosa di più a chi non ha nulla, è ovvio che noi siamo disposti a discutere”.

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