Esteri

Jihadisti decapitano reporter americano: il boia potrebbe essere inglese

 Londra. Il primo ministro britannico, David Cameron ha interrotto all’improvviso le vacanze in Portogallo per tornare a Londra perché nel video diffuso ieri dai jihadisti sunniti dello Stato Islamico, in cui viene decapitato il reporter americano James Foley, il boia mascherato parlava con uno spiccato accento inglese.

Questo elemento fa temere che si possa trattare di uno dei tanti sudditi di Sua Maestà aggregatisi agli jihadisti in Siria e Iraq. “Se vero, è un omicidio sconvolgente e turpe”, ha commentato l’ufficio del primo ministro.

Ieri sera i miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Is) hanno pubblicato online il video che mostra un uomo con il volto coperto e vestito di nero che decapita un prigioniero. Si tratta di James Foley, giornalista americano di 40 anni, originario di Boston, scomparso in Siria il 22 novembre del 2012, nel giorno del Ringraziamento.

Il gesto è stato rivendicato dai jihadisti in difesa del Califfato islamico già proclamato dal leader dello Stato Islamico Al-Baghdadi e in risposta alla decisione degli Usa di bombardare l’Iraq per fermare l’avanzata dei jihadisti.

Nel filmato si vede, presumibilmente, Foley vestito con una tuta arancione, come i carcerati di Guantanamo. Il giornalista prima di essere ucciso si rivolge alla sua famiglia e ai suoi amici accusando Obama e gli Usa di essere i diretti responsabili della sua esecuzione, ma molto probabilmente si tratta di una “confessione” estorta in punto di morte.

Gli estremisti britannici che si sono uniti ai jihadisti dello Stato Islamico in Siria e Iraq sono “i combattenti tra i più feroci”. E’ l’opinione di un esperto del King’s College di Londra, secondo il quale musulmani sunniti radicali provenienti dal Regno Unito stanno prendendo parte al conflitto “in ogni suo ambito”. “Sfortunatamente la partecipazione dei britannici al jihad che si estende in Siria e in Iraq riguarda tutti gli ambiti, sono in prima linea”, ha spiegato Shiraz Maher del centro internazionale di studi sulla radicalizzazione, in un’intervista a Bbc radio.

Foley, fino al giorno prima del suo rapimento, aveva inviato reportage e video dal nordovest della Siria, teatro di violenti scontri tra ribelli e regime di Damasco. Secondo le ricostruzioni, sarebbe stato prelevato nelle vicinanze di Taftanaz, insieme al suo autista e al suo traduttore, che sono poi stati rilasciati. Reporter di guerra esperto, Foley aveva già coperto i conflitti in Afghanistan e Libia.

Nell’aprile 2011 era già stato vittima di un rapimento nell’est della Libia, ad opera di un gruppo di sostenitori del regime di Gheddafi. Con lui erano stati prelevati altri due giornalisti, l’americana Clare Gillis e lo spagnolo Manu Brabo, mentre un quarto, il sudafricano Anton Hammerl, era stato ucciso. I tre avevano passato 44 giorni in prigionia prima di essere liberati. Lo stesso reporter aveva raccontato più volte questa sua difficile esperienza, affermando però che non gli aveva fatto perdere la determinazione a seguire gli eventi nelle zone di guerra. Durante un dibattito in una scuola di giornalismo in Usa, Foley aveva anche raccontato i primi momenti successivi alla liberazione: “Potevo fare una telefonata, una sola e l’ho fatta subito ai miei genitori”. Dopo il suo rapimento in Siria, la famiglia Foley ha creato un sito web per chiedere il suo rilascio e sensibilizzare l’opinione pubblica. Oggi, quel sito, in cui sono pubblicate molte notizie del giornalista, è stato rapidamente inondato di messaggi di cordoglio, diffusi via Twitter da tutto il mondo.

La madre di Foley ha scritto su Facebook di essere fiera di suo figlio: “Ha dato la vita per raccontare al mondo la sofferenza del popolo siriano”. Diane Foley ha anche lanciato un appello ai responsabili della morte del figlio quarantenne di risparmiare la vita degli altri “ostaggi innocenti”. “Ringraziamo Jim per tutta la gioia che ci ha dato. È stato straordinario, come figlio, fratello, giornalista e persona”.

Il video – caricato su Youtube con il titolo “un messaggio all’America”, ma poi rimosso – si conclude con l’inquadratura dell’esecutore vicino ad un altro prigioniero e con il monito al presidente Obama: “La vita di questo cittadino americano, Obama, dipende dalla tua prossima decisione”. Nelle mani dei miliziani dell’Is ci sarebbe infatti anche Steven Joel Sotloff, corrispondente del magazine Time, scomparso in Libia nel 2013. Ed è mistero anche sulla sorte di un terzo giornalista americano, Austin Tice, scomparso in Siria nel 2012 e la cui famiglia ha espresso nelle ultime ore le condoglianze ai genitori di Foley. Nel 2002 un altro giornalista americano, David Pearl del Wall Street Journal, venne decapitato in Pakistan dagli estremisti islamici.

Sotloff, di Miami, è stato rapito nei pressi di Aleppo nell’agosto 2013 e fino a ieri si pensava fosse tenuto prigioniero a Raqqa, nel nord della Siria, anche se il suo profilo Twitter parla di una permanenza in Libia. La sorella su Facebook ha chiesto alla Casa Bianca di fare il possibile per riportare Sotloff a casa. Nel video di ieri, però, non viene fatta nessuna menzione di Tice, 33 anni, scomparso il 14 agosto 2012 a nord di Damasco e a ridosso del confine con il Libano. Prima di intraprendere la professione di giornalista, Tice aveva servito come marines americano in Afghanistan e in Iraq. Tice, però, probabilmente non è nelle mani degli estremisti islamici. Alla fine di agosto 2012, il Washington Post, giornale per il quale Tice lavorava, citava fonti “bene informate” affermando che il giovane freelance era stato catturato da forze governative e detenuto nei pressi di Damasco dalle forze di Assad.

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