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Il calcestruzzo della camorra: sequestrati beni per 100 milioni

 Caserta. Beni per un valore di circa 100 milioni di euro sono stati sequestrati, dalla Direzione investigativa antimafia, all’imprenditore mondragonese Alfonso Letizia, 77 anni, originario di Casal di Principe, attivo nel settore della produzione e della vendita del calcestruzzo e ritenuto legato al clan dei casalesi.

Il provvedimento riguarda alcune società con sede a Mondragone, 81 immobili, tra terreni e fabbricati, di cui 30 a Mondragone, 22 a Falciano del Massico, 7 a Carinola, 19 a Grazzanise, uno a Santa Maria Capua Vetere, due a Cavezzo, nel Modenese, oltre a 29 autoveicoli e numerosi rapporti finanziari.

Il 6 dicembre 2011, nell’ambito dell’operazione “Il Principe e la ballerina”, furono tratte in arresto 57 persone, tra cui Letizia, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo camorristico, estorsione, turbativa delle operazioni di voto mediante corruzione e concussioni elettorali, truffa ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, falso in atto pubblico, riciclaggio, reimpiego di capitali di illecita provenienza ed altro; reati tutti aggravati dalla finalità di aver agevolato il clan dei casalesi.

L’inchiesta svelò gli intrecci illeciti del ceto politico di Casal di Principe con l’ala militare e imprenditoriale dal clan, in particolare con le fazioni Schiavone e Bidognetti, attraverso l’illecito condizionamento dei diritti politici dei cittadini, ostacolando il libero esercizio del voto, procurando vantaggi ai candidati indicati dall’organizzazione in occasione di consultazioni elettorali, anche tramite il condizionamento della composizione degli organismi politici rappresentativi locali, evidenziando enormi interessi economici consistenti l’aggiudicazione di appalti, assunzioni di personale compiacente all’organizzazione, apertura di centri commerciali, attività edilizie con forniture di calcestruzzo. Letizia, considerato il punto di riferimento della famiglia Schiavone, in quanto metteva stabilmente a disposizione i propri impianti di produzione del calcestruzzo e strutture societarie, ottenendo dall’organizzazione mafiosa l’ingresso nel novero delle aziende oligopoliste presenti sul mercato casertano.

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L’organizzazione mafiosa, avvalendosi della capacità di assoggettamento e intimidazione, imponeva sui cantieri controllati le forniture di calcestruzzo provenienti dalle loro aziende (in provincia di Caserta a partire dall’anno 2000). Ritenuto dagli investigatori storicamente legato alle organizzazioni camorristiche casertane, Letizia, al pari degli altri imprenditori coinvolti in ragione di un “dare” all’organizzazione, era beneficiario di un “avere”: il suo mercato, cioè, veniva tracciato e perimetrato dalle attività e dagli interessi del sodalizio camorrista che egli stesso retribuiva.

L’indagine ha consentito di evidenziare un meccanismo definito come “cooptazione camorrista del fornitore”, attuato quando il sodalizio individuava proprio in Letizia il fornitore del calcestruzzo necessario per erigere un centro commerciale ma, soprattutto, risultava che, in evidente funzione remunerativa per il clan, egli forniva il calcestruzzo a prezzi di gran lunga maggiorati rispetto a quelli di mercato. Una circostanza che è eloquente espressione della capacità di coartazione della libertà d’impresa che il contesto camorristico era capace di esprimere.

Dato caratteristico della figura di Letizia – spiegano dalla Dia – è la capacità di costruire e mantenere rapporti di cointeressenza e reciproco vantaggio sia con il clan dei casalesi, sia con quelli operanti nella zona mondragonese in cui abita. Come hanno affermato i giudici del tribunale di Santa Maria Capua Vetere nel provvedimento di sequestro è il vero “dominus” dell’intero omonimo gruppo imprenditoriale. Ha deciso di operare nel settore estrazione inerti, gestione cave e calcestruzzo, acquisito i siti ove è avvenuta la materiale attività di estrazione e vendita, costituito le società che nel corso degli anni si sono avvicendate nel medesimo ambito imprenditoriale, coinvolto i figli nella gestione delle compagini intestando loro quote sociali, intrattenuto personalmente i contatti con esponenti del clan casalese e mondragonese funzionali alla più proficua gestione delle proprie imprese, posto in essere condotte delittuose per il tramite di talune delle citate compagini.

Dai collaboratori di giustizia, tra l’altro, è indicato come imprenditore vicinissimo ai clan camorristici delle zone di interesse. Carmine Schiavone, in particolare, rappresenta che Letizia era legato inizialmente a Bardellino ed entrò a far parte del sodalizio già nel 1977-78, quando aiutò il boss a sottrarsi alle ricerche delle forze dell’ordine dopo un omicidio commesso a Marano, offrendogli ospitalità. Poi fu legato a Mario Iovine e a Vincenzo De Falco e, dal 1992 in poi, con il riavvicinamento dei La Torre ai casalesi, era anch’egli rientrato nel sodalizio. Luigi Diana conferma di averlo conosciuto, addirittura a casa del capoclan Francesco Bidognetti, alla “fine degli anni ottanta”.

Augusto La Torre precisa che la società di Letizia aveva aderito negli anni ottanta al consorzio “Covin” (ovvero all’aggregazione di estrattori di sabbia governato dal clan e che garantiva il monopolio delle forniture al sodalizio). Al riguardo, nella sentenza del g.i. di Napoli del 28 luglio 1989, riguardo a fatti avvenuti all’inizio del decennio in questione, emerge che l’impresa di Letizia, “Calcestruzzi Massicana”, era appunto vicina a Bardellino e forniva sui cantieri di Monteruscello ben l’8% in meno del calcestruzzo rispetto a quanto dichiarato nei documenti contabili, rappresentando ciò una vera e propria “tangente” intascata ai danni del costruttore acquirente delle forniture. Dunque, i rapporti inquinati tra Letizia ed i clan camorristici hanno avuto origine alla fine degli anni settanta e si sono protratti lungo tutto il suo percorso di vita imprenditoriale, coinvolgendo anche i figli.

E’ chiaro, per gli investigatori, che egli abbia ritratto considerevoli vantaggi patrimoniali e non dalla sua vicinanza ai clan, individuabili senza dubbio sia nella generica “protezione” e in alcuni servizi “aggiuntivi” (come picchiare un sindacalista scomodo), sia in veri e propri accrescimenti di utili finanziari, reinvestiti in immobili e beni strumentali delle aziende.

Letizia – sostengono dalla Dia – ha sfruttato per il proprio personale arricchimento il potere di intimidazione del sodalizio, partecipando contemporaneamente al suo prosperare e al mantenimento del controllo sul territorio grazie all’asservimento delle proprie società agli ideali ed al modus operandi del clan. E può, dunque, ritenersi “imprenditore colluso”, ossia l’imprenditore che è entrato in “un rapporto sinallagmatico con la cosca tale da produrre vantaggi per entrambi i contraenti, consistenti per l’imprenditore nell’imporsi nel territorio in posizione dominante e per il sodalizio criminoso nell’ottenere risorse, servizi o utilità”.

Intanto, supera quota 2 miliardi di euro il valore dei beni sequestrati dalla Direzione Investigativa Antimafia nei primi sei mesi dell’anno in corso. Un record che emerge dalle operazioni Dia su tutto il territorio nazionale dall’inizio di quest’anno. Solo in Sicilia, sequestrati beni alle organizzazioni mafiose per un valore di 1 miliardo e 350 milioni di euro.Il provvedimento di oggi, riguardante Letizia, disposto dall’autorità giudiziaria su richiesta del direttore della Dia, Arturo De Felice, ha consentito al Centro Operativo Dia di Napoli di proseguire nella sua incalzante attività di aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati dalla criminalità organizzata e di sequestrare nei primi 6 mesi di quest’anno beni per oltre 520 milioni di euro. In Calabria, invece, circa 215 milioni di euro il valore dei beni sequestrati alla ‘ndrangheta.

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