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Camorra, Iovine si racconta: “Erano gli imprenditori a cercarci”

 Caserta. L’esordio ufficialedi Antonio Iovine come collaboratore di giustizia arriva sabato mattina, in videoconferenza al processo, davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), che vede tra gli imputati l’ex sindaco di Villa Literno Enrico Fabozzi.

“Ho iniziato la collaborazione per avere un futuro migliore, per dare una svolta alla mia vita”, afferma l’ex superboss “’O Ninno”.

“Gli imprenditori cercavano noi”. Parla del sistema di gestione degli appalti nel Casertano e dei rapporti con gli imprenditori. “All’inizio noi non li cercavamo, – spiega – aspettavamo che fossero loro, gli imprenditori, a fare i primi passi per gli appalti, dopo di che li interpellavamo. Poi furono loro a scegliere noi: ognuno cercava un riferimento con qualcuno di noi”.

“Non badavamo ai colori politici”. Mentre sulle collusioni tra politica e clan sottolinea: “Non ho mai avuto nessun tipo di problema per l’appartenenza politica dei sindaci. Anzi, la posizione politica dei sindaci era per noi ininfluente”.

“A San Cipriano il vero sindaco era Peppinotto”. E per quanto riguarda l’amministrazione comunale della “sua” San Cipriano d’Aversa rivela: “Lo sapevano anche i bambini che a San Cipriano il vero sindaco era ‘Peppinotto’, ovvero il nostro Giuseppe Caterino”. Quest’ultimo è padre dell’ex consigliere provinciale Giacomo Caterino. Sugli affari a Villa Literno racconta di un appalto da svariati milioni di euro e di una presunta tangente che doveva intascare l’allora sindaco Fabozzi.

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Alemanno e il rimboschimento dell’Alto Casertano.

Sempre nell’ambito dei rapporti con la politica tira in ballo l’ex ministro dell’Agricoltura ed ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. Il riferimento è all’appalto per il rimboschimento dell’Alto Casertano, che fu un affare della camorra. Secondo Iovine fu Alemanno “a varare la politica di rimboschimento, non ho mai capito a che servisse rimboscare le montagne dell’alto casertano. So per certo che furono favoriti alcuni imprenditori che si unirono in consorzi e che gestivano vivai, io assicurano loro solo garanzie di sicurezza, ovviamente in cambio di tangenti. Un giorno Alemanno venne a tenere un comizio nel cinema Faro di Casal di Principe, organizzato da mio nipote”.

Accuse respinte da Alemanno e Diana. Alemanno, già nei giorni scorsi, ha negato ogni contatto con il clan. Così come l’ex senatore Lorenzo Diana, anch’egli tirato in ballo da Iovine secondo cui “non poteva non sapere” che la gestione del servizio mensa a San Cipriano e in altre zone dell’agro fosse “cosa dei casalesi”. Anche Diana si è difeso respingendo ogni accusa e ribadendo la sua storica posizione di lotta alle mafie.

“Il rito di iniziazione nel clan”. Il pentito traccia poi la sua “biografia” dinanzi ai magistrati, a cominciare dalla cerimonia che segnò il suo ingresso nel clan: “Fui affiliato al clan dei Casalesi con la pungitura nel 1985, lo stesso giorno dell’omicidio di Nuvoletta. Ad affiliarmi furono Antonio Bardellino e Vincenzo De Falco. Mi punsero un dito e fecero cadere alcune gocce di sangue su un santino. Pronunciai un giuramento le cui parole esatte non ricordo, ma nel quale mi impegnavo a non tradire il clan”.

“Non ricordo quanti ne ho uccisi”. Ribadisce di aver compiuto “tanti omicidi, non li ricordo tutti” e si sofferma sul primo a cui partecipò, quello di Ciro Nuvoletta, fratello del boss di Marano di Napoli, Aniello. Un delitto che, spiega Iovine, rientrava nello scontro tra i mafiosi corleonesi, alleati dei Nuvoletta, e il gruppo dei casalesi. I siciliani avrebbero voluto che Bardellino uccidesse Tommaso Buscetta, ma Bardellino si rifiutò e per questo motivo, secondo Iovine, sarebbe stato assassinato in Brasile. Durante l’assassinio di Nuvoletta furono esposi colpi di pistola contro bar e palazzi di Marano, fu anche colpito un passante che non c’entrava niente, racconta Iovine.

Gli stipendi del clan. Altro capitolo gli “stipendi” agli affiliati del clan e ai loro familiari: 100mila euro al mese, questa la cifra su cui il clan poteva contare per soddisfare le esigenze personali degli “amici”. Un compenso maggiore andava a quelli detenuti in regime di carcere duro. Il sistema, ha però dichiarato Iovine, si incrinò nel 2010 dopo la sentenza di appello “Spartacus”, quando il clan fu disarticolato.

La latitanza e le vacanze con Zagaria. Durante la sua latitanza Iovine racconta che poteva usufruire di 100mila euro al mese e di una “rete” di persone che lo proteggevano. Poi i rapporti con Michele Zagaria, altro superboss di Casapesenna, arrestato nel dicembre 2011 dopo una lunga latitanza. Iovine riferisce delle vacanze – tra Spagna, Francia e Portogallo – fatte insieme a Zagaria e dell’ultimo incontro in Corsica, a Porticcio, quando lui e “zio Angelo” (così veniva chiamato Zagaria dal figlio di Iovine) non avevano rapporti idilliaci.

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