Frignano - Villa di Briano

Omicidio Caterino, il figlio alla Procura: “Non archiviate le indagini”

 Villa di Briano. Torna d’attualità il caso dell’omicidio dell’elettrauto Biagio Caterino, compiuto a San Marcellino il 29 gennaio 1987, in corso Europa, per il quale il figlio Pasquale, 26 anni, attraverso l’avvocato Lorenzo Mastroianni di Frignano, chiede alla magistratura di far luce.

Il legale, in particolare, ha invitato il gipad ordinare la prosecuzione delle indagini preliminari chiedendo al pubblico ministero di interrogare i collaboratoriGiuseppe Pagano e Mario Santoro.

Biagio Caterino, nato a San Cipriano d’Aversa il 22 gennaio 1953, residente a Villa di Briano, fu ammazzato all’interno della sua autofficina a San Marcellino. Mentre era seduto alla scrivania a parlare con due clienti, entrarono due uomini, col volto coperto da passamontagna, di cui uno armato di pistola, il quale faceva spostare i presenti con la faccia rivolta verso il muro e, dopo essersi avvicinato a mezzo metro di distanza da Caterino, senza proferire alcuna parola gli esplodeva contro un colpo di pistola P38 che lo attingeva al collo determinandone la morte istantanea.

La Procura di Santa Maria Capua Vetere aprì un fascicolo, poi archiviato nel 1989 per essere rimasti ignoti gli autori dell’omicidio. Ritenendo che le indagini dell’epoca avessero trascurato degli elementi fondamentali per l’individuazione dei colpevoli e del movente, il 26 gennaio 2010 Pasquale Caterino, figlio di Biagio, presentava alla Procura, e per conoscenza alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, istanza per la riapertura delle indagini, allegando copia della denuncia presentata dal padre ai carabinieri di Frignano il 13 dicembre 1984, relativa un episodio avvenuto il 12 dicembre 1984, quando furono esplosi colpi di fucile contro la sua autovettura Volkswagen Golf parcheggiata nel cortile di casa, e la copia della sentenza emessa successivamente, il 30 marzo 1985, dal Pretore di Trentola che ritenne ‘non doversi procedere per essere ignoti gli autori che hanno commesso il reato’.

Denuncia che fu non inserita agli atti del procedimento giudiziario relativo all’omicidio dell’elettrauto. Mentre, secondo il figlio, quello era un elemento che non poteva essere trascurato sia per la modalità di esecuzione tipica della camorra sia per il fatto che l’attività del padre, in quanto produttivamente avviata, richiamava l’interesse della criminalità organizzata locale.

Per Pasquale Caterino, dunque, quello fu un avvertimento lanciato al padre per costringerlo a pagare il pizzo. Modalità camorristica da accreditare anche al successivo omicidio. Due episodi da ritenere, pertanto, strettamente connessi.

Dopo la riapertura delle indagini, il 16 dicembre 2011 Pasquale Caterino sollecitava il pm Caroppoli a sentire i collaboratori di giustizia Giuseppe Pagano, all’epoca dell’attentato all’autovettura e dell’omicidio ritenuto il capozona del clan dei casalesi a Villa di Briano, e Dario De Simone, capozona dei casalesi a San Marcellino. Quest’ultimo (all’epoca dei fatti detenuto) veniva interrogato il 19 dicembre 2011, affermando con un elevato grado di certezza (99%) che il delitto potesse essere ricondotto al suo gruppo e che coloro che potevano fornire informazioni a riguardo erano Domenico Frascogna e Salvatore D’Alessandro.

Il 29 maggio 2013 il pm interrogava D’Alessandro che diceva di non ricordare nulla dell’episodio e di non averne nemmeno sentito parlare. Nella stessa data veniva interrogato anche Frascogna, che dichiarava: “Sì, ricordo di questo omicidio. In particolare, mi fu riferito che il Caterino era stato ucciso dal nostro gruppo in quanto simpatizzante del clan Di Cicco per conto del quale si sospettava potesse nascondere delle armi. Ricordo che per motivi più o meno analoghi di lì a qualche tempo, mi sembra di ricordare nel 1988, venne uccisa un’altra persona, di nome Luigi e di cui ora non mi sovviene il cognome, che svolgeva attività di venditore ambulante di frutta: anch’egli in particolare era sospettato di fornire al gruppo de Cicco in termini di custodia di armi e macchine”.

Frascogna poi diceva: “L’ho saputo successivamente da mio cognato Zara Alfredo e da Di Gaetano Antonio nel corso di alcune conversazioni; in particolare ebbi a manifestare sorpresa del perché fossero state uccise queste persone che consideravo estranee agli ambienti criminali e mi fu appunto risposto che essi erano infami perché appoggiavano appunto il gruppo Di Cicco”. Aggiungeva ancora che “quando il Santoro mi riferì tali fatti era presente anche Zara Alfredo, Zagaria Vincenzo, Biondino Francesco e non ricordo se ci fosse anche De Simone Dario: ricordo tuttavia che gli altri erano già a conoscenza della circostanza relativa ai motivi dell’omicidio di Biagio Caterino”.

Infine, spontaneamente riferiva: “Da quanto mi fu riferito, il Caterino era intento a lavorare sotto il pianale di un’autovettura quando arrivarono i killer a bordo di una moto egli si alzò e fu colpito utilizzando una pistola calibro 9. Ora che mi sovviene, Mario Santoro, nel colloquio di cui prima, fece anche i nomi dei killer di Biagio Caterino che identificò in Pellegrino Claudio e suo fratello Arturo detti i Pappacioni”.

Alla luce delle dichiarazioni rese da Frascogna, il quale indicava i nomi dei presunti killer, il pm trasmetteva il fascicolo all’Antimafia di Napoli al fine di eseguire gli accertamenti. In merito ai presunti killer, il 12 gennaio 2014 Arturo Pellegrino, detto “Pappacione”, fu arrestato, insieme al figlio Vittorio, per l’omicidio di Giuseppe Cantile, avvenuto a Baia e Latina due giorni prima. Omicidio che, tra l’altro, Arturo Pellegrino avrebbe anche confessato poiché Cantile non avrebbe dato più lo stipendio dell’organizzazione. Nonostante questi elementi, senza interrogare altri potenziali teste, come Alfredo Zara, Mario Santoro e i Pellegrino, oltre che l’ex capozona di Villa di Briano Giuseppe Pagano, si procedeva alla richiesta di archiviazione dell’indagine.

Richiesta che per l’avvocato Mastroianni appare ingiustificata e per la quale ha formulato istanza di opposizione. Da qui l’ulteriore richiesta al gip di escutere Mario Santoro e Giuseppe Pagano, attualmente collaboratori di giustizia, i quali potrebbero essere a conoscenza dei fatti.

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