Casal di Principe - San Cipriano - Casapesenna

Disastro ambientale, condannato il boss Francesco Bidognetti

Francesco BidogCASAL DI PRINCIPE. Il boss Francesco Bidognetti, capo dell’omonima fazione del clan dei casalesi, già in carcere dal 1993, è stato condannato a 20 anni per avvelenamento delle acque e disastro ambientale aggravato al termine del processo con rito abbreviato per la gestione ultratrentennale della discarica Resit di Giugliano e l’avvelenamento della falda acquifera.

La sentenza è stata emessa giovedì dal gup Claudia Picciotti all’esito di un giudizio protrattosi per circa quattro anni. L’ex parlamentare Mimmo Pinto, un tempo leader del movimento dei disoccupati organizzati, è stato assolto dall’accusa di aver contribuito all’avvelenamento della falda (nei suoi confronti è stata anche esclusa la aggravante dell’aver agito per favorire il clan dei casalesi) e condannato a sei anni di reclusione per disastro ambientale e falso. Dichiarati prescritti gli altri reati di cui era imputato, il gup ha rimesso al giudice civile il risarcimento del danno e ha rigettato la richiesta del sequestro dei beni intestati a Pinto avanzata dall’Avvocatura Generale dello Stato.

Nei confronti di Bidognetti e Pinto, il pm Alessandro Milita aveva chiesto rispettivamente 30 e 12 anni di reclusione; sei anni era la richiesta per il terzo imputato che aveva scelto il giudizio abbreviato, Giuseppe Valente, ex presidente del consorzio Impregeco, nei cui confronti sono stati dichiarati prescritti tutti i reati di cui era accusato. Fu il fondatore dei “Disoccupati organizzati” napoletani e dirigente di Lotta Continua, alle politiche del 1976 fu il candidato alla Camera di LC nella lista Democrazia Proletaria, e venne eletto per le dimissioni di Vittorio Foa. Con lo scioglimento di Lotta continua aderì al Partito di Unità Proletaria per il Comunismo. Alle elezioni politiche italiane del 1979 fu rieletto alla Camera con il Partito Radicale nel collegio di Milano. Nel 1996 fu candidato alle politiche nel Polo per le Libertà a seguito dell’accordo tra la lista Pannella-Sgarbi e Forza Italia, ma non fu eletto. Negli anni 2000 si avvicina ai Ds ed è stato presidente consorzio rifiuti Napoli.

L’avvocato Gaetano Balice, che ha difeso Pinto ha dichiarato: “Rispettiamo ma non condividiamo la condanna, anche se la assoluzione dall’accusa dell’avvelenamento delle acque e la esclusione della gravissima accusa di aver agito per favorire un clan camorristico confermano la fiducia che Pinto ha nella magistratura”. “Ciò – prosegue l’avvocato Balice – rafforza la convinzione che in sede di appello verrà riconosciuta la totale estraneità dell’imputato, che intervenne nella gestione della discarica per disposizione commissariale e si attivò subito per impedire che la contaminazione e l’inquinamento degenerassero”.

Secondo l’accusa, la falda è stata avvelenata a partire dagli anni Settanta con continui ed illeciti sversamenti di sostanze tossiche organizzati dal gruppo camorristico casalese con la complicità dell’avvocato Cipriano Chianese, titolare della discarica Resit. Nel 2003 la discarica, per disposizione del Commissario per l’emergenza dei rifiuti, fu affidata alla gestione del Consorzio Napoli 3 presieduto da Mimmo Pinto con il compito di sversare rifiuti solidi urbani e di stoccare, prima provvisoriamente e poi definitivamente, le balle di Cdr che si andavano via via accumulando in seguito alla disposizione commissariale che, in deroga del contratto stipulato con Impregilo, consentiva lo stoccaggio delle ecoballe al fine dell’utilizzo per il recupero energetico.

Sempre secondo l’accusa, la designazione di Pinto era strumentale alla gestione camorristica della discarica ed era stata favorita dall’ex coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino, che avrebbe fatto pressioni sul Consorzio dei Comuni al fine di ottenere la nomina dello stesso Pinto. Sulla base di questa premessa il pm aveva sostenuto che Pinto si fosse inserito consapevolmente nella gestione illecita della discarica, contribuendo e aggravando l’avvelenamento della falda acquifera. Per gli altri imputati che non hanno scelto il giudizio abbreviato il processo è ancora in corso davanti alla Corte d’assise.

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