Esteri

Siria, attacco militare vicino. Assad: “Usa falliranno”

 DAMASCO. Assad respinge le accuse dell’Occidente e avvisa gli Usa: “Possono avventurarsi in qualunque guerra ma non possono sapere quanto durerà e fin dove arriverà”.

In un’intervista al quotidiano russo Izvestia il presidente siriano definisce “un insulto al buon senso” le accuse rivolte dai paesi occidentali sull’uso di armi chimiche. “Queste accuse – ha proseguito Assad – hanno motivazioni politiche e sono suscitate dalla serie di vittorie che le forze del governo stanno ottenendo contro i terroristi”. Per il presidente siriano gli Usa devono sapere che, se decideranno di attaccare militarmente la Siria, “falliranno come in tutte le guerre che hanno scatenato finora, dal Vietnam a oggi”. Il vescovo caldeo di Aleppo, Antoine Audo, in un’intervista a Radio Vaticana, ha espressamente parlato di “guerra mondiale”.

Il presunto attacco con il gas del 21 agosto a Damasco, che secondo l’opposizione siriana ha causato 1.300 morti, ha accelerato il corso degli eventi: Stati Uniti e Gran Bretagna (il cui ministro degli Esteri non ritiene necessario l’appoggio unanime del Consiglio di sicurezza dell’Onu per un’azione militare) decideranno a breve come procedere al primo attacco missilistico contro il regime siriano. È quanto riferiscono il Telegraph e il Daily Mail.

Secondo le due testate la scossa allo status quo (il conflitto è iniziato a marzo del 2011) sarebbe frutto della lunga telefonata nella notte tra sabato e domenica (40 minuti) tra Barack Obama e David Cameron in cui i due leader avrebbero deciso di prendere una decisione “entro 48 ore” ipotizzando un attacco entro al massimo “10 giorni”.

La ricostruzione non trova la conferma dalla Casa Bianca (voci interne hanno smentito), ma secondo il Times il premier inglese farebbe pressione sul presidente Usa per un rapido intervento punitivo. E sospendendo le sue vacanze per seguire la crisi ha convocato il Consiglio di sicurezza nazionale. Nel frattempo, il segretario alla difesa americano Chuck Hagel ha detto oggi che qualunque azione degli Stati Uniti sulla Siria sarà presa di concerto con la comunità internazionale. Hagel ha aggiunto che intende parlare con i suoi colleghi francese e britannico, anche se non ha chiarito quando. In ogni caso, l’amministrazione Obama sta ancora analizzando le informazioni di intelligence sul presunto uso di armi chimiche in Siria e “accerterà i fatti” prima di agire: “Se un’azione sarà intrapresa” dagli Stati Uniti, sarà in concerto con i partner internazionali, ha detto il capo del Pentagono.

Gli Stati Uniti stanno “valutando tutte le opzioni”. Per quanto riguarda l’oriente, l’Iraq ha annunciato che non concederà alla coalizione occidentale né il suo spazio aereo né il suo territorio. Lo ha spiegato Nouri al-Maliki, il portavoce del primo ministro di Baghdad: “La nostra posizione a riguardo è immutabile”. Un’ipotesi che ha già inquietato la Russia, che ha parlato di conseguenze “estremamente gravi” in caso di un eventuale intervento militare in Siria.

In una telefonata del ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, al suo omologo Usa John Kerry, il capo della diplomazia russa ha sottolineato che le “dichiarazioni ufficiali fatte negli ultimi giorni da Washington sul fatto che le truppe americane sono pronte ad intervenire nel conflitto siriano sono viste con profonda preoccupazione” da Mosca. “Forse qualcuno vuole vanificare gli sforzi comuni russo-americani degli ultimi mesi per trovare una soluzione pacifica della crisi”, si legge in un comunicato del ministero degli Esteri russo che in una conferenza stampa lunedì pomeriggio ha ribadito che un attacco alla Siria senza l’approvazione del Consiglio di Sicuerzza dell’Onu sarebbe “una grave violazione del diritto internazionale”.

Secondo Levrov il segretario Kerry ha assicurato il suo impegno a portare l’opposizione siriana alla conferenza di pace di Ginevra ma ritiene “irrealistico” convocare tale conferenza a settembre. E interviene anche il nostro ministro degli esteri Emma Bonino: “Prima di assumere qualunque tipo di iniziativa in Siria bisogna pensarci mille volte – ha detto parlando a Radio Radicale – perché le ripercussioni potrebbero essere drammatiche”.

La titolare della Farnesina, comunque, ha anche sottolineato che “l’accesso stesso degli ispettori non ha mai previsto che trovassero il gas dopo tre giorni o quattro giorni ma che cercassero le prove indirette, non se sono state o non usate armi chimiche cosa che pare abbastanza assodato anche dai rapporti di Medici senza frontiere e non solo, ma con quali modalità e soprattutto da chi”.Secondo Bonino una campagna internazionale per l’esilio del presidente Assad, o il suo deferimento alla Corte penale internazionale, “potrebbe evitare l’intervento militare” e lo spargimento di altro sangue, ha aggiunto in un intervento a Radio Radicale.

Lunedì è iniziata la missione degli ispettori Onu (un loro veicolo è stato bersagliato dai cecchini lealisti: per Lavrov non ci sono dubbi “che sarà dichiarato che i cecchini hanno aperto il fuoco” dalla parte di Assad) alla ricerca di tracce del gas nervino che secondo l’opposizione siriana sarebbe stato usato da Assad. Gli ispettori dell’Onu sono arrivati nel sito siriano in cui si è verificato l’attacco con il gas nervino e hanno incontrato i civili colpiti da agenti chimici. Lo riferiscono attivisti antigovernativi citati da al-Jazeera. L’incontro si è svolto nella moschea di Madamiyah, a sud-ovest di Damasco.

Ma da Washington, Londra e Parigi hanno già messo le mani avanti: il via libera a questa visita dell’Onu è tardivo perché con ogni probabilità i tecnici del Palazzo di Vetro non troveranno nulla, visto che è trascorso troppo tempo. Gli esperti hanno spiegato che dopo 3 giorni (72 ore) è quasi impossibile trovare tracce dei gas, e lunedì ne saranno trascorsi 5. Washington e Londra hanno già nella regione forze militari potenti. Gli Usa hanno schierato nel Mediterraneo (base dell’intera VI flotta) nelle vicinanze delle acque siriane 4 cacciatorpedinieri armati ognuno con 96 missili in grado di colpire con estrema precisione bersagli a 2.500 km di distanza, gli stessi usati per martellare la Libia di Gheddafi nel 2011.

E la marina britannica sarebbe pronta ad unire le forze con gli Stati Uniti. La Royal Navy ha diverse navi da guerra, incluso un sottomarino a propulsione nucleare, la portaerei Hms Illustriuos, la portaelicotteri Hms Bulwark e almeno 4 fregate.

Lunedì è in programma una riunione ad Amman in Giordania dei vertici militari di 10 Paesi, a partire dal generale usa Martin Dempsey, il britannico Sir Nick Houghton, e gli omologhi di Francia (il cui governo sostiene la necessita di una risposta militare ad Assad), Canada, Italia e Germania (che non vedono di buon occhio un intervento armato) oltre che Giordania, insieme ad Arabia Saudita, Qatar e Turchia (Paesi sunniti che fanno a gara nel sostegno alla multiforme opposizione siriana).L’incontro, hanno sottolineato diverse fonti, era previsto da giugno ma l’attacco del 21 agosto ha impresso una accelerazione agli eventi e quindi assume una rilevanza diversa.

Il governo di Ankara ha già dichiarato la sua disponibilità a partecipare a qualsiasi coalizione militare, anche senza l’avallo dell’Onu. Mentre l’Unione Europea prende tempo (il portavoce dell’Alto rappresentante Ue Catherine Ashton ha detto di attendere la conclusione del’inchiesta dell’Onu) la cancelliera Angela Merkel ha dichiarato che l’attacco del regime siriano alla periferia di Damasco “deve essere indagato e non può essere lasciato senza conseguenze”. Nessun commento, però, su un eventuale attacco internazionale.

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