Italia

Effetto Fornero, pensioni giu’ del 38%: previsto risparmio di 80 miliardi

 ROMA. Negli ultimi dati dell’Inps compare insomma per la prima volta l’evidenza degli effetti della riforma Fornero.

C’è un crollo nel numero di pensioni liquidate nel primo semestre dell’anno, in particolare per quanto riguarda i lavoratori dipendenti (- 38%), sia del settore privato sia del pubblico impiego. Emerge quanto sia più difficile raggiungere la pensione, sia per gli aumenti dei requisiti d’età per la vecchiaia che per la stretta fortissima sulle anzianità. Il che si tradurrà presto in un ulteriore aumento dell’età media effettiva di pensionamento, che comunque già viaggia intorno ai 61 anni e mezzo per i dipendenti privati (quasi 61 per i pubblici), un anno in più rispetto al 2011.

Meno pensioni e assegni commisurati ai contributi e alla speranza di vita (il coefficiente di trasformazione si ridurrà) significa meno spesa.Lo stesso istituto presieduto da Antonio Mastrapasqua prevede che nel decennio 2012-2021 i risparmi ammonteranno a oltre 80 miliardi di euro rispetto alla normativa previgente e questo tenendo conto anche dell’intervento a favore dei cosiddetti esodati, persone senza lavoro e senza pensione, che si calcola costerà a regime una decina di miliardi. Nei sette anni che vanno dal 2005 al 2011 l’Inps ha liquidato ogni anno nel settore privato da un minimo di 245 mila pensioni (proprio nel 2011 quando si ebbero i primi effetti delle “finestre mobili” che allungavano le età pensionabili di 12-18 mesi) a un massimo di 399mila nel 2006.Nel 2012, primo anno della riforma Fornero, si è scesi a 228 mila, principalmente per effetto della stretta sulle pensioni di anzianità (servivano 42 anni e un mese di contributi e non c’era più il sistema delle quote).

Ma un ulteriore taglio si osserva nei primi sei mesi di quest’anno: sono state liquidate 96 mila pensioni contro le 99mila dello stesso periodo del 2012.La riduzione diventa molto maggiore – e fa capire realmente le conseguenze della riforma – se dal computo si escludono i lavoratori autonomi, che sono andati in pensione in un numero maggiore per via del fatto che la loro “finestra mobile” ritardava l’uscita di 18 mesi e si è quindi esaurita quest’anno determinando un effetto cumulo che si è scaricato nei primi sei mesi del 2013.

Tolti gli autonomi, da gennaio a giugno sono state liquidate 48.200 pensioni a lavoratori dipendenti del settore privato contro le 75.231 dello stesso periodo del 2012, con una diminuzione del 36%. Un andamento analogo si riscontra nel settore pubblico, dove ogni anno venivano di solito liquidate circa 90-100 mila pensioni. Nel 2012 sono state 87 mila.

E nei primi sei mesi del 2013 appena 15.383 contro le 27.287 del primo semestre 2012, con un crollo del 43,6%. Nel pubblico ha pesato anche il fatto che l’innalzamento dell’età di vecchiaia delle donne a 66 anni è scattato già nel 2012 mentre nel privato le lavoratrici raggiungeranno gradualmente gli uomini nel 2018. Mettendo insieme le pensioni liquidate ai dipendenti sia privati sia pubblici, c’è stato un calo del 38% tra i primi sei mesi del 2012 e lo stesso periodo del 2013. In pratica 38.935 persone in meno che sono andate in pensione: 27.031 dipendenti privati e 11.904 dipendenti pubblici.

Le numerose riforme della previdenza, compresa quella Fornero del 2011, hanno prodotto un progressivo aumento dell’età media effettiva di pensionamento. Nei primi sei mesi del 2013 i dipendenti privati sono usciti per vecchiaia mediamente a 66 anni e tre mesi (67 anni i lavoratori autonomi), le donne a 62 anni e un mese (62,3 le autonome) per una media di 63 anni e 7 mesi. Chi ha invece più di 42 anni di contributi può lasciare anticipatamente il lavoro e andare in pensione di anzianità. A un età media che è stata di 60 anni per gli uomini e di 59 per le donne.

Il risultato finale, considerando tutte le pensioni liquidate nel settore privato nel primo semestre 2013, è che l’età media effettiva di uscita dal lavoro è di 61,4 anni, uno in più rispetto al 2011, l’ultimo anno prima della riforma Fornero. Nel settore pubblico la media è appena più bassa, 60 anni e 8 mesi, ma qui quella delle donne è più alta: 61 anni e 7 mesi contro 60 anni e 4 mesi degli uomini. Con circa 61 anni e mezzo di età media effettiva di pensionamento l’Italia ha praticamente raggiunto la Germania (61,7), staccato la Francia (59,3), ma si trova ancora indietro rispetto a Spagna (62,3), Regno Unito (63,1) e Svezia (63,8). La nostra età, però, continuerà a salire ogni due anni, agganciata alla speranza di vita.

Le medie, come al solito, nascondono situazioni molto diverse. Prendiamo il settore pubblico. Qui l’età media di chi è andato in pensione nei primi sei mesi del 2013 varia molto, secondo le diverse categorie. Si va da un minimo di 54,8 anni per i corpi di polizia a un massimo di quasi 71 anni per i magistrati, passando per i 57 anni dei militari.

È appena il caso di ricordare che la riforma Fornero prevedeva l’armonizzazione anche per queste categorie. L’ex ministro ha lasciato in eredità al nuovo Parlamento uno specifico provvedimento che, timidamente, propone di aumentare fino a 62 anni l’età per la pensione di vecchiaia di militari e poliziotti e dà una stretta al conteggio più favorevole degli anni di servizio. Ma la miniriforma è stata affondata in modo bipartisan nelle commissioni competenti.

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