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Tentato omicidio durante faida: quattro arresti contro clan Belforte

 MARCIANISE. La squadra mobile di Caserta, coordinata dalla Dda di Napoli, ha eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti di vertice del clan Belforte di Marcianise per tentato omicidio aggravato e detenzione di armi da guerra.

Si tratta dei boss Domenico e Salvatore Belforte, 56 e 53 anni, di Francesco Zarrillo, 44 anni, e Vittorio Musone, 62, tutti già detenuti.

I provvedimenti rappresentano l’esito di una accurata indagine, condotta sotto l’egida della Procura Antimafia di Napoli in relazione al tentato omicidio di Angelo Villalunga, avvenuto a Portico di Caserta, nella prima serata del 13 novembre del 2011, che permetteva di collocare l’episodio delittuoso nel contesto della sanguinosa faida che, sin dagli inizi degli anni ’80, aveva visto contrapposti, nella zona di Marcianise, il clan Belforte, detti “Mazzacane”, ed il gruppo dei Piccolo, alias “Quaqquaroni”, che si contendevano il controllo delle attività illecite nel comprensorio, militando le due consorterie nelle contrapposte confederazioni della “Nuova Camorra Organizzata”, di Raffaele Cutolo, i primi, e della Nuova Famiglia, i secondi.

Infatti, la vittima era ritenuta un fiancheggiatore del clan Piccolo e l’attentato nei suoi confronti venne perpetrato in un periodo, tra il 1997 ed il 1999, in cui la faida raggiunse il suo apice di violenza, registrando in quell’arco di tempo l’omicidio di 20 soggetti appartenenti alle due opposte fazioni, tanto da indurre il Prefetto di Caserta di allora ad emanare un’ordinanza che imponeva la chiusura di bar e locali pubblici alle ore 22.

Secondo quanto appurato dalle investigazioni, suffragate dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Gerardi, Michele Froncillo, Domenico Cuccaro e, più di recente, Bruno Buttone, tutti esponenti di rilievo del clan Belforte, il tentato omicidio fu perpetrato da Francesco Zarrillo, il quale, armato di un fucile da caccia modificato e caricato a pallettoni, a bordo di una moto condotta da un complice, raggiunse l’impianto, abusivo, di distribuzione del gas per autotrazione gestito dalla vittima in aperta campagna a Portico di Caserta esplodendogli contro alcuni colpi senza riuscire ad attingere Villalunga che, accortosi dell’arrivo del killer, tentò di disarmarlo, deviando l’arma ed evitando la scarica mortale, per poi fuggire nelle campagne circostanti, favorito dal buio.

Poi, nelle immediatezze del fatto, alcune pattuglie della squadra mobile e del commissariato di polizia di Marcianise intercettarono una vettura a bordo della quale Francesco Zarrillo, insieme a due complici, si stava allontanando dalla zona, ne scaturì un inseguimento fino all’abitazione del killer, che riuscì a sottrarsi alla cattura scavalcando un muro perimetrale, perdendo però due pistole semi automatiche.

Nel corso della successiva battuta, in un appezzamento contiguo allo stabile, occultata sotto alcuni manufatti in cemento, veniva rinvenuta una grossa cisterna in plastica contenente un imponente arsenale, costituito da decine di fucili da caccia, fucili mitragliatore, mitra, pistole semiautomatiche e revolver, candelotti di dinamite ed altro materiale esplodente e centinaia di cartucce che, grazie anche ad attività di intercettazione, risultavano nella disponibilità del clan Belforte e, quindi, dei suoi capi, i fratelli Domenico e Salvatore Belforte, ed del reggente di allora Vittorio Musone.

Nel febbraio 2013, sulla scorta delle dichiarazioni deipentiti ed attraverso una nuova valutazione del materiale probatorio precedentemente acquisito, la Procura Antimafia di Napoli chiedeva l’autorizzazione alla riapertura delle indagini relative all’episodio delittuoso, chiuse nel 2005 con una richiesta di archiviazione, consentendo, attraverso i puntuali riscontri effettuati dalla squadra mobile di Caserta, di acquisire gravi indizi a carico di Zarrillo circa il suo coinvolgimento nel tentativo di omicidio di Angelo Villalunga ed in relazione alla riconducibilità al clan Belforte dell’imponente arsenale sequestrato nella circostanza, appurando che proprio Francesco Zarrillo, esperto di armi, era stato designato dai capoclan come armiere dell’organizzazione, deputato alla custodia ed alla manutenzione dell’imponente arsenale.

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