Italia

Ruby, la Boccassini: “Si prostituiva. Da lei furbizia orientale”

 MILANO. Durante la requisitoria del processo Ruby, il pm Ilda Boccassini non ha usato mezzi termini: “Le ragazze invitate ad Arcore facevano parte di un sistema prostitutivo organizzato per il soddisfacimento del piacere sessuale di Silvio Berlusconi”.

E sul fatto che la giovane marocchina Karima El Mahroug, in arte “Ruby”, avesse meno di 18 anni, per il pubblico ministero “non c’è dubbio che questo fosse noto” a chi organizzava i presunti festini hard nella residenza del Cavaliere, nel periodo di settembre 2009. Ruby, secondo la Boccassini, era diventata “la preferita, la più gettonata delle ragazze” e frequentava Arcore in tutte le “feste comandate”, ossia Pasqua, 25 aprile e 1 maggio, quando l’allora premier approfittava i quei giorni di riposo per ricevere le ragazze. E Ruby c’era sempre.

I SOLDI. Una delle prove del “mestiere” che esercitasse Karima, secondo il pm, è “la disponibilità di denaro che in altro modo non potrebbe avere”. “Difficile poter credere – ha sottolineato la Boccassini – che una ragazza possa avere mille euro in tasca facendo animazione, che vuole dire far ridere clienti stupidi. Difficile credere che qualcuno le potesse dare mille euro”.Ruby, ha continuato la Boccassini, disponeva di contanti “spesso in banconote da 500 euro”. La giovane riceveva molti sms da clienti con frasi “imbarazzanti” e in un caso “era stata vista in un locale con un signore di una certa età con una Bentley” e faceva “spese nei negozi del Quadrilatero” a Milano, dove comprava molti vestiti griffati. “Per acquistare una borsa nel quadrilatero della moda a Milano – ha sottolineato ancora la Boccassini – si spendono non meno di 1500 euro”. Insomma, Ruby avrebbe avuto da Berlusconi direttamente quello che le serviva per vivere “in cambio delle serate ad Arcore”.

FEDE. Ma non era il solo Berlusconi a sapere che la ragazza fosse minorenne. Il pm, infatti, ritiene che “il 14 febbraio 2010, al di là di ogni ragionevole dubbio, Emilio Fede, portando Ruby ad Arcore, sapeva che quella ragazza era minorenne perché era stato il presidente della giuria del famoso concorso di bellezza, quindi non poteva non sapere”. Secondo Boccassini, quella dell’ex direttore del Tg4 è una difesa “risibile”, perché le sue dichiarazioni sono “ridicole”.

La requisitoria della Boccassini

MORA.

Anche Lele Mora avrebbe saputo: “Mora – ha spiegato Boccassini – aveva un interesse assoluto a favorire Berlusconi. La sua società era in fallimento, la sua vita attaccata a un filo e aveva bisogno di tanto danaro”. Secondo il pm, Berlusconi avrebbe “elargito una somma pari a circa 5 milioni di euro a Mora, cercando di salvarlo dal fallimento. Soldi che lui ha intascato: in parte sono andati in Svizzera, in parte a Emilio Fede. Questo è il contesto del 14 febbraio 2010”. E quel giorno “non solo Emilio Fede era a conoscenza della minore età della ragazza, ma anche Mora”, ha concluso Boccassini, sottolineando che è stata la stessa Ruby ad dirlo. “Possiamo immaginare che una persona con cui aveva un rapporto di fedeltà come Fede non avesse detto a Berlusconi che aveva introdotto ad Arcore una minorenne?”, è stata la domanda retorica del pm.

MINETTI. Così come sapeva l’altra imputata, Nicole Minetti, ex consigliera regionale della Lombardia, a cui fu affidata Ruby la notte della famosa telefonata di Berlusconi in questura. “La Minetti è consapevole della minore età di Karima. – ha detto Boccassini – Sa che ha frequentato Arcore, che si è fermata a dormire, e sa quello che succede ad Arcore. È di tutta evidenza che la Minetti, nel momento in cui si precipita in questura, sapeva che la Karima era minorenne”, ha detto Boccassini.

IL FERMO DI RUBY. La requisitoria poi ha appunto approfondito la notte in cui Ruby fu fermata dalla polizia. La giovane nordafricana era accusata di furto da Caterina Pasquino, una ballerina con cui divideva la casa, alla quale avrebbe rubato tremila euro da un cassetto. Per Boccassini, l’episodio del fermo di Ruby era “imprevedibile”, ma le diffuse notizie di stampa di quel periodo davano “un quadro sulla sfera personale del premier che trascendeva la sfera personale e sfiorava ipotesi di reato. Questo non poteva essere sconosciuto dai funzionari della questura di Milano”. “Se da un lato Berlusconi era ben consapevole dei pericoli”, “c’erano le sue paure”, ha aggiunto Boccassini, “dall’altro chi intervenne in questura non poteva certamente ignorare che quella minore era da ricondurre nella sfera personale del premier”. “Attorno al presidente Berlusconi – ha continuato il pm – già si erano verificate disvelazioni pubbliche da parte dell’entourage familiare di Berlusconi, la vicenda Noemi” e quella delle foto di Villa Certosa.

“SOGNO ITALIANO”. Per il pm Ruby è stata “vittima del sogno italiano” in negativo, quello che hanno “le ragazze delle ultime generazioni in Italia”, i cui unici obiettivi sono “entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi”. Boccassini ha sottolineato come la ragazza vivesse in Sicilia in “un contesto umile ma di grande decoro”, dal quale però aveva deciso di sfuggire “sfruttando la sua avvenenza e il fatto di essere musulmana” e quindi di potere accreditare, inventandola, la versione di un padre violento e padre-padrone. Ruby era “furba di quella furbizia orientale propria della sua origine”. “I genitori sono persone umili che non riescono a tenerla a freno. Lei ha in mente un solo e unico percorso”, ha sostenuto Boccassini. “Riesce a sfruttare – aggiunge – l’avvenenza fisica da un lato e il fatto di essere musulmana dall’altro, lasciando credere di subire il padre padrone e di essere scappata”.

L’ACCUSA E IL PARADOSSO. Alla fine questa l’accusa formulata dal pm a Berlusconi: “E’ colpevole del reato di concussione perché, abusando della sua qualità, ha fatto in modo che la minore ricevesse un indebito vantaggio non patrimoniale consistente nella sua fuoriuscita dalla sfera di controllo della polizia; e per sé che non si disvelasse quanto accadeva nelle serate di Arcore”. Boccassini, ricordando le leggi approvate dal governo Berlusconi, nel 2006 e nel 2008, sulla tutela del minore, ha sottolineato il paradosso: “Berlusconi è quindi imputato anche per una legge introdotta dal suo stesso governo”.

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