Italia

Ilva, dopo il maxi-sequestro si dimette il vertice del gruppo

 TARANTO. Dopo il sequestro del patrimonio personale dei Riva per 1,2 miliardi di euro perché frutto, secondo la procura e il gip di Milano, di frode fiscale, truffa allo Stato e riciclaggio e la mannaia da 8,1 miliardi di euro sui beni della Riva Fire, …

… la società controlla l’Ilva di Taranto, tutto il vertice del gruppo, a partire dal presidente Bruno Ferrante e dall’amministratore delegato Enrico Bondi, si è dimesso.

Con i sequestri disposti dal Gip di Taranto “sono a rischio 24 mila posti di lavoro diretti, 40 mila con l’indotto”, sottolineano poi fonti dell’Ilva. “Si sta mettendo in pericolo tutto – proseguono le fonti – c’è il rischio concreto che decine di migliaia di persone restino senza lavoro”.

Il consiglio di amministrazione dell’Ilva si è dimesso. Lo rende noto la stessa azienda sottolineando che le dimissioni avranno effetto dalla data dell’assemblea dei soci, che il consiglio ha convocato per il prossimo 5 giugno con all’ordine del giorno la nomina del nuovo cda. “Vista la gravità della situazione e incidendo il provvedimento di sequestro anche sulla partecipazione di controllo di Ilva detenuta da Riva Fire, i consiglieri Bruno Ferrante, Enrico Bondi e Giuseppe De Iure hanno presentato le dimissioni dalle rispettive cariche”, si legge in una nota l’Ilva. Bondi era stato nominato amministratore delegato della società solo il 13 aprile scorso.

“Il consiglio di amministrazione di Ilva ha esaminato oggi il provvedimento del gip di Taranto del 22 maggio corrente e ha dato mandato ai propri legali di impugnarlo nelle sedi competenti”, annuncia poi l’Ilva in una nota. “L’ordinanza dell’Autorità giudiziaria colpisce i beni di pertinenza di Riva Fire e in via residuale gli immobili di Ilva che non siano strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva nello stabilimento di Taranto – prosegue l’azienda -. Per tali motivi il provvedimento ha effetti oggettivamente negativi per Ilva, i cui beni sono tutti strettamente indispensabili all’attività industriale e per questo tutelati dalla legge n.231 del 2012, dichiarata legittima dalla Corte Costituzionale”.

La cifra è equivalente alle somme che nel corso degli anni l’Ilva avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti del Siderurgico, e in particolare quelli dell’area a caldo, alle normative ambientali, pregiudicando l’incolumità e la salute della popolazione. Il sequestro riguarda “prioritariamente” – scrive il gip Patrizia Todisco nel decreto accogliendo la richiesta del pool di magistrati coordinati dal procuratore di Taranto, Franco Sebastio – i beni nella disponibilitàdi Riva Fire spa, ovvero “dell’ente o degli enti eventualmente nati dalla sua trasformazione o fusione o scissione parziale”. Solo “in via residuale e in caso di incapienza” dei beni sigillati a Riva Fire, saranno sequestrati “i beni immobili nella disponibilità dell’Ilva spa”, ma non quelli “strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva”.

Dunque, da un lato – come ha sottolineato il procuratore Sebastio parlando con i giornalisti – sono state salvaguardate le norme contenute nella legge 231/2012, che consente per 36 mesi all’Ilva di produrre e vendere i prodotti pur con gli impianti sotto sequestro senza facoltà d’uso dal 26 luglio scorso. Dall’altro lato viene applicato quanto previsto dalla legge 231/2001 sulla responsabilità di personalità giuridiche, in questo caso la Riva Fire. Custode e amministratore dei beni sequestrati sarà il commercialista Mario Tagarelli, uno dei quattro custodi giudiziari degli impianti dell’Ilva sotto sequestro da 10 mesi.

Sono 16 (14 persone fisiche e due giuridiche, l’Ilva e la Riva Fire) gli indagati nell’inchiesta. A cinque di loro – Emilio Riva, i figli Nicola e Fabio, l’ex direttore di stabilimento Luigi Capogrosso e l’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà – è contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati ambientali plurimi. Ma ci sono anche dirigenti ed ex dirigenti del Siderurgico e c’è il presidente dimissionario del cda Ilva, Ferrante, al quale vengono contestati nuovi reati, inparticolare per l’inquinamento del Mar Piccolo causato dagli scarichi dello stabilimento e il riutilizzo in produzione di fanghi di dragaggio contaminati.

La legge 231/2012, scrive il giudice, ha consentito all’Ilva di rientrare in possesso degli impianti sequestrati e dunque continuare a produrre, senza però esigere garanzie finanziarie a sostegno degli investimenti e senza che sia stato presentato dall’azienda un piano di ripristino ambientale. Duri i giudizi sull’operato, o meglio su ciò che l’azienda non avrebbe fatto. La mancata attuazione di un modello organizzativo e gestionale adeguato alla complessità dell’azienda, scrive il gip riportando un passaggio della richiesta dei pm, “ha rappresentato concausa non trascurabile in relazione agli infortuni” verificatisi negli ultimi mesi in fabbrica, tre dei quali mortali. E ancora: Ilva e Riva Fire hanno ottenuto un “ingentissimo risparmio economico attraverso la intenzionale, pervicace omissione, nell’esercizio dell’attivitàproduttiva industriale, degli onerosi interventi – misure di sicurezza, prevenzione e protezione dell’ambiente e della pubblica incolumità – che le norme dell’ordinamento, i vari Atti d’intesa stipulati con gli enti pubblici e i provvedimenti delle autorità competenti imponevano di eseguire”.

“Le dimissioni del Consiglio d’amministrazione dell’Ilva dimostrano che non c’è mai stata la reale volontà di investire le risorse adeguate per affrontare uno dei maggiori disastri ambientali del Paese e d’Europa”. Lo dichiara il presidente dei Verdi Angelo Bonelli che aggiunge: “E’ indecente e incomprensibile che qualcuno, in Italia, possa volere l’impunità per chi ha inquinato provocando, come si legge nell’indagine epidemiologica della procura di Taranto, malattia e morte. Per anni la politica e i sindacati sono stati in silenzio mentre il disastro ambientale di Taranto si consumava. La decisione di oggi del Consiglio di amministrazione dell’Ilva – prosegue Bonelli – è il segnale chiaro che l’azienda non avrebbe mai voluto investire le risorse adeguate nemmeno per la cosiddetta ‘ambientalizzazione’ come dimostrano tutte le prescrizioni non rispettate dell’Aia (di cui rendiamo noto un elenco): queste dimissioni sono semplicemente una reazione al sequestro dei beni dei Riva – continua il leader ecologista -. Sbaglia chi oggi chiede allo Stato di assumersi l’onere del risanamento: ossia l’Ilva inquina e lo Stato (i cittadini) paga. Le risorse sequestrate ai Riva sono la garanzia per le bonifiche ed il risanamento: quelle risorse devono essere utilizzate per risarcire e ricostruire dal punto di vista ambientale una città che è stata sfruttata, depredata e abbandonata”.

You must be logged in to post a comment Login

I più letti

Condividi con un amico