Italia

Addio a “Er Pecora” Teodoro Buontempo: tra i simboli della destra italiana

Teodoro BuontempoROMA. “Er Pecora” era soprannominato Teodoro Buontempo, esponente storico della destra italiana, morto all’età di 67 anni in una clinica romana, dopo aver lottato contro un male incurabile.

Fino all’ultimo respiro ha avuto accanto la moglie Marina e i figli Maria, Gianni e Michele. A dare l’annuncio della scomparsa il leader de La Destra, Francesco Storace. Nato a Carunchio, in provincia di Chieti, era stato protagonista della politica romana, e poi di quella nazionale.

Aveva cominciato l’attività politica sin da giovane ad Ortona a mare, in Abruzzo, dirigendo le organizzazioni giovanili dell’Msi. A 22 anni si trasferì a Roma, partecipando alle lotte studentesche. Dirigente della Giovane Italia, nel 1970 diventò il primo segretario del Fronte della Gioventù di Roma. Fu deputato in cinque legislature, sempre nelle file di An e poi del La Destra, e per 16 anni consigliere comunale di Roma dal 1981 al 1997. Dal dicembre 1993 al settembre 1994 ricoprì anche l’incarico di presidente del consiglio comunale.

Nonostante la vicinanza a Gianfranco Fini, di cui era stato braccio destro, il 26 luglio 2007 annunciò la sua uscita da Alleanza Nazionale, prendendo parte alla fondazione della Destra, di cui era stato fino ad oggi presidente. Nel 2008 fu candidato alla presidenza della provincia di Roma, di cui però poi divenne solo consigliere. Dal 2010, invece, assessore alle politiche per la casa nella giunta Polverini alla Regione Lazio.

“La politica per valere deve lasciare un segno tangibile, da consegnare alla storia”, disse molto tempo fa durante la presentazione di un suo libro sui 16 anni di vita politica in Campidoglio. E lui, di segni tangibili, ne ha lasciati tanti con le sue battaglie politiche. Come quando, nell’estate del 1994, durante la giunta Rutelli, tenne un discorso di 28 ore filate in consiglio comunale durante una seduta sull’assestamento al bilancio, intervenendo su ognuno dei 335 emendamenti previsti. “Per la voce mangio acciughe”, ironizzò con i cronisti e tutti coloro che rimasero stupiti della sua maratona oratoria.

Fra gli altri episodi quello del 1993, quando, rifiutandosi di lasciare l’Aula dopo l’ennesima espulsione, uscì dall’emiciclo e si ancorò all’orologio a pendolo nel settore della stampa. O come nel 1991 quando staccò di notte la targa stradale di Palmiro Togliatti a Cinecittà, sostituendola con una che riportava “Viale vittime del comunismo”.

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