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Porto turistico di Fiumicino, arrestato Bellavista Caltagirone

Francesco Bellavista CaltagironeROMA. Francesco BellavistaCaltagirone, 74 anni, a capo del Gruppo Acqua Pia Antica Marcia, una delle più antiche realtà imprenditoriali italiane nel settore immobiliare, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta sul porto di Fiumicino.

Arrestato anche Emanuele Giovagnoli, responsabile di Sielt e di alcune società riconducibili a Caltagirone. Le accuse sono frode nelle pubbliche forniture, appropriazione indebita e, per il solo Caltagirone, trasferimento fraudolento di denaro. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state disposte dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Civitavecchia, Chiara Gallo.

I provvedimenti si inseriscono nelle indagini del Nucleo polizia tributaria di Roma, coordinate dal sostituto procuratore di Civitavecchia Lorenzo Del Giudice, riguardanti la realizzazione del porto turistico a Fiumicino, che avevano già portato, nel novembre scorso, al sequestro dell’intera area del cantiere, per un’estensione di circa un milione di metri quadri.

Secondo gli inquirenti, i due sono responsabili di un sistema di attribuzione fittizia a soggetti terzi di complessivi 35 milioni di euro, oggetto di distrazioni a danno di due società del gruppo imprenditoriale Acqua Marcia di Roma.

Gli approfondimenti hanno consentito di individuare un articolato meccanismo di frode nei lavori di costruzione del “porto della Concordia” con un sistema di attribuzione fittizia a soggetti terzi di somme di denaro, per complessivi 35 milioni di euro, oggetto di distrazioni a danno di due società riconducibili ad un gruppo imprenditoriale di Roma, riconducibile al noto imprenditore.

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In particolare, nei mesi scorsi, in seno all’operazione denominata “Maremosso”, le Fiamme Gialle avevano esaminato i rapporti economici e contrattuali fra società general cui venivano subappaltati i lavori, riconducibili sempre, direttamente o indirettamente, al citato gruppo societario. Era emerso che l’opera pubblica era stata parzialmente eseguita con caratteristiche tali da pregiudicarne la stabilità nel tempo, con il profilarsi di gravi violazioni delle obbligazioni assunte dalla concessionaria nei confronti dell’ente concedente.

L’autorità giudiziaria aveva, pertanto, iscritto nel registro degli indagati sette persone, a titolo di concorso, tra cui il “dominus” ed amministratore di fatto del gruppo imprenditoriale, i legali rappresentanti delle società subappaltatrici nonché il direttore dei lavori, per il reato di frode nelle pubbliche forniture, e disposto il sequestro preventivo dell’intera area del cantiere del porto, destinato a divenire uno dei più importanti porti turistici a livello europeo, con una capacità ricettiva di circa 1.500 posti barca.

Le difformità riscontrate sono apparse così significative e rilevanti, accompagnate da attività dissimulatorie a tal punto evidenti da integrare, da un lato, condotte di plurimo inadempimento contrattuale e, dall’altro, da essere concretamente idonee a pregiudicare, in maniera significativa, anche in termini di sicurezza e di pubblica incolumità, la funzione economico sociale dell’opera pubblica stessa.

Le modalità con cui il concessionario ha gestito contrattualmente l’esecuzione dei lavori, attraverso una catena di appalti e subappalti, presentano molteplici anomalie non spiegabili se non con il tentativo di mascherare intenti fraudolenti: contratti di sub-affidamento stipulati a distanza di un sol giorno l’uno dall’altro; mancanza, da parte delle società interessate, delle potenzialità strutturali per procedere autonomamente ai lavori; dinamica dei prezzi nei subappalti tale da far sì che, a fronte di un costo ipotizzato per la realizzazione dell’opera da parte della società affidataria pari a 400 milioni di euro, i lavori fossero appaltati, “chiavi in mano”, a soli 100 milioni di euro.

Tale circostanza, più di altre, mostra come la prospettazione iniziale dei costi fosse del tutto disancorata dal valore dei lavori che, sin dall’inizio, la concessionaria intendeva eseguire. Il rilevante flusso di denaro atteso dalla realizzazione dell’opera, peraltro, era destinato ad essere in gran parte veicolato a favore di soggetti ulteriori rispetto alle società inserite nella catena dei subappalti, attraverso un’attività sistematica di drenaggio delle risorse finanziarie delle medesime, realizzata mediante l’emissione di fatture per operazioni inesistenti ovvero attraverso operazioni societarie del tutto fittizie.

Le indagini del Nucleo Polizia Tributaria di Roma, infatti, hanno consentito di appurare una rilevante distrazione di fondi societari – quantificabile in circa 35 milioni di euro – a favore, per almeno 17 milioni di euro, di due società estere, con sede formale in Cipro. In realtà, la figura del citato costruttore emerge non solo nell’ambito del citato gruppo societario ma anche delle imprese di altro gruppo avente quale holding un’italiana controllata da una società cipriota, di cui fa parte, peraltro, una società inserita nella catena dei subappalti – tutte formalmente rappresentate da una persona di assoluta fiducia per l’imprenditore arrestato.

L’esigenza di creare un ulteriore gruppo societario risiedeva nella volontà di evitare problematiche con i cantieri, riconducendole al secondo gruppo. L’accuratezza delle investigazioni, sviluppatesi mediante l’analitico esame della contabilità delle società interessate e della documentazione extracontabile rinvenuta a seguito di molteplici perquisizioni domiciliari e locali, nonché attraverso l’audizione di numerose persone, ha consentito di verificare come, negli anni dal 2008 al 2010, siano state sottratte dalle casse delle società coinvolte ingenti risorse ricevute dal sistema bancario, successivamente trasferite, in gran parte, nella disponibilità personale dell’imprenditore utilizzando società fittizie in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza illecita del denaro.

L’attività di spoliazione delle citate società è avvenuta, ad esempio, attraverso bonifici documentalmente giustificati quale corrispettivo di asserite prestazioni di consulenza (in realtà mai ricevute) ovvero mediante fraudolente compensazioni di crediti anche generati dall’acquisizione di una partecipazione di una società del gruppo ad un valore artatamente (ed eccezionalmente) superiore rispetto a quello effettivo (la società in esame, compravenduta al valore di 17,5 milioni di euro, a soli 7 mesi di distanza dall’acquisto, ha avanzato istanza per l’ammissione al concordato preventivo).

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