Italia

Le mani della mafia sui porti di Palermo e Termini Imerese

 PALERMO. Beni per un valore di 30 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Dia di Palermo a cinque società, ritenute collegate a Cosa nostra, che operavano nel settore del trasporto portuale.

Dall’ordinanza emessa dalla sezione di misure di prevenzione del tribunale palermitano, su richiesta del procuratore aggiunto Vittorio Teresi e del direttore della Dia Arturo De Felice emerge come la società “New Port Spa” avesse monopolizzato, di fatto, il trasporto, la logistica e la distribuzione delle merci nei due principali scali portuali dell’area palermitana, Palermo e Termini Imerese, fino alla prima metà del 2011 quando, nel mese di giugno, a seguito dei provvedimenti interdittivi emessi dalla Prefettura, cedeva i propri rami d’azienda a due nuove società, la “Portitalia Srl” e la “Tcp società operativa Arl”.

La ricostruzione storica delle vicende societarie dell’azienda ha permesso di evidenziare il vero livello di influenza e di condizionamento esercitato dalla stessa all’interno del porto di Palermo. Tramite successive acquisizioni e partecipazioni societarie, tra le quali quella strategica della “Medlog – Percorsi Mediterranei – società consortile per azioni”, la “New Port” aveva costituito un network capace di garantire il collegamento tra i vari soggetti, nei punti strategici del Mediterraneo, quali i porti di Savona, Genova, Palermo, Termini Imerse e Valencia (Spagna).

Un’attenta analisi dei vari passaggi che avevano caratterizzato la trasformazione della vecchia cooperativa lavoratori portuali, fino alla creazione della “New Port”, evidenzia che il cambiamento della ragione sociale, di fatto, non ha mutato la reale composizione dei titolari delle quote azionarie, con riferimento a quei soggetti, coinvolti a vario titolo, in vicende di mafia.

Nel corso dei vari accertamenti è anche emersa una singolare procedura di restyling, nel corso della quale sono stati allontanati, formalmente, alcuni soggetti pregiudicati per reati di criminalità organizzata di tipo mafioso, nonché persone con legami di parentela od affinità ad elementi inseriti in “cosa nostra”, nella convinzione, da parte dei componenti il Consiglio di Amministrazione della “New Port”, che tale procedura potesse, concretamente, risolvere il problema dell’infiltrazione mafiosa nell’impresa, aggirando i provvedimenti interdittivi della Prefettura.

La New Port, riferiscono gli inquirenti, annovera fra i soci, anche lavoratori, numerosi soggetti considerati sodali o contigui a “cosa nostra”. Si tratta di Antonino Spadaro, 57 anni, un suo omonimo di 65 anni, Maurizio Gioè, 54 anni, e Girolamo Buccafusca, 56 anni.I soci dell’azienda, che in gran parte sono anche lavoratori della stessa, hanno ottenuto la proprietà delle quote in forza di un atto di trasferimento delle medesime, operato dalle disposizioni normative succedutesi nel tempo.

Appare indubbio come l’intrinseco valore economico delle singole quote non sia significativo. Le stesse non rappresentano un valore economico di rilievo, ma rivestono una significativa valenza che si riflette sul diritto di essere parte di un’azienda che opera negli spazi portuali. Inoltre vi è un forte impatto simbolico, vista la quasi impermeabilità alla cessione delle quote che “storicamente” sono in capo sempre agli stessi soci, con intuibili conseguenze nel caso in cui taluni di essi, anche se in grande minoranza rispetto al numero complessivo dei soci, sono sodali, organici o in qualche modo risultano avere collegamenti con la criminalità organizzata di tipo mafioso. E’ noto, infatti, che l’obiettivo di Cosa nostra è il controllo del territorio, dal quale ne discerne successivamente anche il vantaggio economico.

Sebbene la New Port avesse provveduto, attraverso mirate operazioni di restyling, ad allontanare i soci ritenuti affiliati alle cosche, oltre a cedere il ramo d’azienda alle altre due società appena costituite, le relative modalità di pagamento della cessione, che prevedono in entrambi i casi il limite temporale di 18 anni per il saldo del prezzo di vendita, apparivano chiaramente calibrate per un’operazione di riassetto formale ed al fine di eludere l’interdittiva prefettizia.

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