Aversa

Il coltello delle donne: la presa di coscienza

 AVERSA. La cultura tradizionale della società è sempre andata, in qualche modo, a sfavore delle donne.

Il dottor Del Gaudio, dirigente del commissariato di polizia di Aversa, afferma a tal proposito che le donne fino a poco tempo fa non denunciavano le violenze subite tra le mura domestiche per paura che la società stigmatizzasse quest’iniziativa, proprio a causa della cultura antiquata.

Termina poi il discorso sostenendo che invece, oggi, grazie alla divulgazione informativa resa possibile dall’esperienza delle stesse donne, attraverso manifestazioni in piazza e nelle scuole, come questa al liceo socio-psico-pedagogico di Aversa, o attraverso i mass-media, le donne sono portate tendenzialmente a denunciare alla polizia gli accaduti.

Ma la domanda che preme porsi è: perché si parla sempre e comunque di femminicidi se al mondo esistono due sessi?

Anzitutto sia il maschio che la femmina sono fatti di carne ed ossa, sono entrambi fatti di sentimenti, di sogni, insomma sono entrambi esseri umani. Però c’è la stereotipizzazione che pesta violentemente l’uguaglianza.
Alla nascita le femmine hanno il fiocchetto rosa, i maschi quello azzurro.
Da bambini le femmine giocano con le bambole, i maschi con le macchinine.
Da adulti le femmine sono deboli, i maschi forti.
La domanda allora muta e diventa: perché secondo gli stereotipi le donne risultano essere le più deboli anche psicologicamente?

Sostanzialmente tutto parte dall’educazione sbagliata che avviene all’interno delle famiglie. Famiglie moderne che come dice Bacone dovrebbero “grazie all’esperienza, aver superato gli antichi” e invece siamo nel 2013 e si trovano ancora genitori che se sei una donna e vuoi andare a prendere un caffè ti dicono ‘mica sei un uomo che vai fuori al bar a bere caffè?’

Stereotipi. Dogmi. Ignoranza. Le piaghe della ragione, le piaghe del benessere, le piaghe dell’esistenza.
Prima di combattere la violenza, ci sarebbe urgente bisogno di combattere l’ignoranza.
Muovere campagne contro la violenza sulle donne e poi fare poco o niente per istruire le nuove generazioni di uomini a non comportarsi come “autorità” rappresenta un paradosso.
Joan Kelly afferma proprio che “non è solo questione di restituire le donne alla storia ma soprattutto di restituire la storia alle donne”.

Certo, perché oramai la storia non si può cambiare, oramai non si può più protestare contro un delitto d’onore che in Italia è stato abbattuto solo nel 1981. Quello che è stato fatto, è fatto. Adesso c’è da pensare al futuro, alle generazioni che verranno, a quel che immagazzineranno da noi, generazione moderna. Rivoluzione anti-stereotipi sarebbe il titolo adeguato a questa presa di coscienza collettiva all’insegna dell’uguaglianza tra maschi e femmine. In fondo basta studiare un po’ di storia per ricordare che l’uguaglianza, la libertà e la fraternità erano i tre princìpi dominanti di una rivoluzione, appunto, quella Francese. E’ ora che gli uomini e le donne imparino a camminare gli uni accanto agli altri.

E’ altrettanto inconcepibile che, come afferma ancora Del Gaudio, l’evoluzione dei mezzi comunicativi, in questo caso i cellulari, abbia fatto di questi ultimi fonti primarie di atti persecutori: stiamo parlando del fenomeno dello stalking, un fenomeno che sta progressivamente dilagando ma che risulta essere ancora troppo poco approfondito. Allo scopo di avere informazioni più specifiche riguardanti lo stalking ed approfittando del fatto che ci trovavamo di fronte ad un operatore di polizia, abbiamo posto una domanda al relatore.

“Quando una donna è vittima di stalking e si rivolge alla polizia, quali sono i metodi utilizzati per tutelarla?”
A questa domanda ci è stato risposto che non esiste tutela sicura ed efficientissima per lo stalking sicché, in quanto fenomeno “invisibile”, sembra essere lecito scambiarlo per delle semplici avances e complicato riconoscere se può sfociare in casi preoccupanti.

A quanto pare, però, la denuncia è sempre ben accolta, per quanto possa servire.
“Donne ch’avete intelletto d’amore” scriveva Dante. Oggi sembra che l’intelletto manchi a molte nello scegliere l’amore.

Certo perché ‘l’amore non si sceglie, non si sceglie di chi innamorarsi, ci si innamora e basta’ dicono.
Ma analizziamo per una volta il processo d’innamoramento razionalmente, per quanto sia possibile spiegare razionalmente un sentimento, s’intende. Partiamo per esempio dalle prime fasi che costituiscono il ciclo amoroso, almeno quelle pare siano sempre le medesime.

Anzitutto si parte dalla conoscenza. Ecco, non si sceglie di chi innamorarsi ma si ha la sacrosanta facoltà di scegliere chi continuare a conoscere e chi non. Se un soggetto si presenta aggressivo o violento nei modi di fare, anche da minimi accenni, sarebbe intelligente allontanarsene subito e troncare la prima fase, che è proprio la conoscenza.

Non troncarla sarebbe un po’ come dire di voler incontrare una persona che fa star bene ed andare a un appuntamento con un killer.
Incoerente e controproducente.

Seconda fase: l’attrazione. L’attrazione fisica è lecita nei limiti, perché è vero siamo esseri umani ma di certo non siamo animali. Gli animali non posseggono la ragione, solo l’istinto. Gli esseri umani, si. Ergo, anche se ci dovesse essere un’attrazione fatale si dovrebbe esser comunque capaci di dire di no. E’ nel nostro DNA, frasi come ‘è un dio greco e mi fa perdere la testa’ sono semplicemente scuse per non accettare la realtà, per non accettare che il dio greco è un soggetto pericoloso. Pertanto, emerge la tendenza da parte delle donne a soffermarsi sulla bella copertina per timore di scorgere quel che si trova sotto, per timore che sia deludente. Debolezza, mancanza di buon senso o di razionalità, si potrebbe certo trattare di questo. Forse ignoranza. C’è da dire che l’ignoranza non è mica un crimine, gli ignoranti non sono condannabili, gli ignoranti sono vittime o innocui carnefici. Ma in questo caso, le donne, sono innocui carnefici o, in termini filosofici, innocui dormienti?

Partendo da questo spunto di riflessione, la parola passa al Dott. Grado, docente di criminologia all’università di Napoli Federico II, il quale si presenta con una considerazione: “Se volessi intitolare il mio intervento lo chiamerei: ‘Il sonno delle donne genera mostri’”

Il che rappresenta proprio quanto detto in precedenza. Donne dormienti che generano mostri, inconsapevolmente, irrazionalmente.

“Perché una donna ai primi gesti selvaggi non allontana il proprio partner?” si domanda poi.
Subito dopo, si risponde attestando che l’incipit scaturito dal perdono che le donne danno al proprio uomo è dannoso sia per loro che per le generazioni maschili future, le quali, approfitteranno sempre della debolezza femminile. Il motivo per cui determinate donne sono portate a questo malsano desiderio di perdono è probabilmente riscontrabile nel fatto che credono che la violenza sia una sorta di legame forte, insomma che sia una normalissima attività di coppia. Sì, un po’ come mangiare assieme o dormire assieme!

A questo proposito, nel rispetto delle vittime che non conoscevano e che non sospettavano, pare scortese definirle vittime di violenza. Perché in realtà esse sono vittime dell’ignoranza o della poca ragionevolezza.
Perché avrebbero potuto fare qualcosa per cambiare il proprio destino ma hanno preferito continuare a dormire beatamente, nell’attesa che le cose facessero il loro corso.

Una presa di coscienza da parte delle donne, in che modo?
Si apre questa nuova parentesi con la psicologa e coordinatrice di un centro antiviolenza in Casal di Principe, Francesca Guarino.
“Il centro antiviolenza” annuncia “è una vera è propria casa di formazione delle donne che permette a queste ultime di rifugiarsi in un luogo protetto e di confrontarsi tra loro e con psicologi”.

Conclude con una frase che coinvolge particolarmente l’attenzione del pubblico: “Muoiono più donne per la violenza che per il cancro”, un’ affermazione che ghiaccia il cuore solo a sentirla, soprattutto se a sentirla è un liceo in gran parte femminile. Impedimenti, costrizioni, divieti, proibizioni, reclusione perenne in casa. Si inizia così, poi alla prima ribellione, botte, botte e ancora botte.

Allora l’unica arma che le donne hanno, anche se sarebbe bene di gran lunga evitare il contatto con determinate categorie di persone , è la presa di coscienza. Una presa di coscienza che se non avviene spontaneamente, le istituzioni educative hanno il preciso obbligo di sensibilizzare gli animi degli individui e divulgare le esperienze che, alla fin fine, sono parole pronunciate dalla stessa preside del liceo.

La seguente presa di coscienza da parte di una donna, resa pubblica e trovata su un blog di internet, riporta in maniera poetica ma al contempo convinta e determinata un’esperienza di vita che riporta a quegli impedimenti che…

“Volevi che io somigliassi maledettamente alla tua ex.
Quando uscivo per conto mio, eri sempre lì a domandarmi cosa avrei indossato, soprattutto in estate.
Mai una volta che mi avessi detto ‘va, e indossa quella minigonna che ti piace tanto.’
Io studiavo, e tu lo sapevi.
Io scrivevo, e tu lo sapevi. Passivamente, ma lo sapevi.
Mi telefonavi sempre quando lo facevo. T’innervosivi se preferivo rispondere ad una stupida penna che a te.
Eppure al telefono non abbiamo mai parlato.
Mi blateravi un ‘ti voglio’ che poi s’è trasformato in un ‘ti amo’ che poi s’è trasformato in un ‘mi manchi.’
Non abbiamo mai parlato.
Però eri bello.
Mi raccontavi di tutte le volte che portavi a spasso il tuo cane.
Mi raccontavi di quel che avevi mangiato a mezzogiorno.
Delle brusche parole del tuo datore di lavoro.
Mi raccontavi di quante volte andavi in bagno.
E Il peggio sai qual è? Pensavi persino m’interessasse.
Non abbiamo mai parlato.
Però eri bello.
Tu volevi un futuro con me, immaginavi di sposarmi, m’immaginavi come la madre dei tuoi figli.
Io non volevo sposarmi, e non avevo intenzione di avere figli.
Ma non abbiamo mai parlato.
Mi hai riempita di complimenti.
Mi hai privata dei complimenti altrui.
Mi hai riempita di baci.
Mi hai privata del bacio della fortuna.
Mi hai riempita di fiori.
Mi hai privata del profumo dei fiori”

Dalla testimonianza emerge una cruda e bollente realtà dettata dalle insensatezze più comuni della vita di coppia che vengono confuse con l’amore, un amore senza dialogo, un amore solo fisico. ‘Mi hai privata dei complimenti altrui’ sottintende chiaramente l’indole dell’uomo nel credere che l’amata sia unicamente di sua proprietà. Farsi considerare proprietà privata comporta automaticamente la non libertà.
In un Paese fortunatamente democratico come l’Italia, scegliere volutamente la prigione, rappresenta uno dei peccati più gravi che l’essere umano possa commettere, rappresenta il disprezzo della fortuna, il disprezzo della stessa vita. Che dire poi del ‘bacio della fortuna’…di donne che preferiscono abbandonare le proprie passioni per inseguire gli istinti amorosi ce ne sono a percentuali abissali. Lo fanno perché, secondo l’ uomo, loro devono stare a casa ad occuparsi delle faccende domestiche e dei figli.

‘Il profumo dei fiori’ poi sentenzia chiaramente la definitiva acquisizione di consapevolezza, consapevolezza che essere premiate con dei mazzi di fiori non basta a donare valenza al gesto romantico. Il gesto romantico sarebbe tutt’altro, il gesto romantico sarebbe quello di consentire alla donna di poterli respirare a pieni polmoni quei fiori, fuori, fuori di casa.

Sara Cassandra, 17 anni, Aversa (Caserta)

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