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Funerali di Pasquale Romano: requiem per il sogno di una vita normale

 NAPOLI. I funerali di Pasquale Romano, il trentenne ucciso “per errore” nella guerra di camorraa Marianella il 15 ottobre, si sono trasformatiin una celebrazione del silenzio.

A Cardito, in lutto, decine di colonne composte da persone di ogni età si sono riunite in una marcia funebre per ritrovarsi al Santuario di San Biagio per l’ultimo saluto al loro concittadino. Troppo forte lo sgomento per pronunciare parole superflue ed ovvie in confronto alla tragica assurdità della morte di un giovane che, dopo aver fatto visita alla fidanzata Rosanna, è stato crivellato da 14 colpi di pistola da un killer di camorra che ha commesso uno sbaglio d’identità.

Solo quando il feretro ha lasciato la chiesa lo scroscio degli applausi ed il coro “Lino Lino” hanno squarciato il velo che aveva ammantato la città. I silenzi hanno tuttavia una diversa profondità, un diverso colore e sfumatura tanto da assumere diversi significati.Il silenzio del lutto, del rispetto, del dolore per la perdita di un figlio, “un sentimento cosi straziante che non ha nome in nessuna lingua” – come avevano detto i genitori di Lino, non ha lasciato, almeno oggi ,spazio a nessun suono. La rabbia mista ad angoscia degli amici del ragazzo si è tradotta in una sola parola scritta a caratteri cubitali che ha fatto più rumore di un boato: Giustizia. All’opposto, nella Chiesa ha fatto bella mostra di sé un altro silenzio, quello rimbombante ma allo stesso tempo vuoto della reticenza.

L’élite istituzionale, con a capo il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, come da protocollo, era asserragliata nei primi banchi per poi trincerarsi dietro frasi pronunciate troppe volte: “Partecipiamo al dolore dei familiari della vittima” che saranno in ogni modo “sostenuti nel ricordo del proprio caro con l’organizzazione di manifestazione contro la criminalità”. Lo stesso monsignorAngelo Spinillo, vescovo di Aversa, dopo aver bacchettato il giornalistico “Lino si trovava nel posto sbagliato all’ora sbagliata”, si è prodotto in una profonda omelia circa l’analogia con la storia biblica di Caino ed Abele. L’uomo, insomma, “non ha diritto di giudicare e togliere la vita”. Se parole quali camorra, killer di mafia, assassini non riescono a varcare il Sagrato del Santuario nemmeno in quest’occasione, anche il messaggio evangelico diviene un semplice esercizio di retorica per chi cerca nella Chiesa un supporto morale nella lotta alla criminalità.

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In questa Babele di parole smozzicate, manomesse e svuotate di significato, domande quali: “E’ normale che ad oggi ,per le strade di Napoli si combatta impunemente un conflitto tra clan stile Far West?”, oppure “Di chi è la colpa dell’insensata morte di un giovane come Pasquale Romano?”, riecheggiano tra la gente, e come un eco puntualmente tornano indietro senza risposta. Il tipo di silenzio più pericoloso nonché infimo è, però, quello che accompagna ogni fatto di sangue come questo: l’omertà. E’ un silenzio vuoto, profondo e pervasivo come un cancro che vive e si alimenta nell’uomo. La “politica del vabbuò non sono fatti miei”, “basta che si uccidono tra loro”, chiude occhi ed orecchie. Mentre Napoli è ridotta ad un’enclave autonoma dallo Stato, retta dalle leggi e dai valori della mafia, tutti fanno finta di non sapere di essere nel bel mezzo dell’ennesima guerra tra clan.

Poche voci rompono la cortina omertosa e solo in ricordo di innocenti e inconsapevoli martiri; da Silvia Ruotolo ad Annalisa Durante. Lino Romano è solo l’ultimo in ordine di tempo che va ad ingrossare la lista di 160 “morti per errore”. I “soldati” caduti nei vicoli e nelle piazze non si contano neppure.

Le “vittime colpevoli” fanno una guerra a parte e in terra di camorra sono la normalità. E’ questo suono, quello della normalità criminale, che terrorizza e uccide la speranza. Da prima è percepito anomalo e fragoroso come possono essere 14 revolverate, poi diviene sempre più impercettibile e familiare. Non si combatte più la criminalità ma bisogna abituarsi o addirittura con essa si fanno affari. Basta solo svendere i sogni di un futuro migliore dei tanti giovani onesti che, come Lino, amano il loro Sud.

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