Esteri

Obama accetta la nomination: “Altri 4 anni per risolvere problemi”

 CHARLOTTE. “In palio non c’è solo una scelta tra due candidati o due partiti, ma tra due diversi percorsi per l’America, tra due visioni fondamentalmente diverse del futuro. Qualcosa che segnerà la vita nostra e dei nostri figli per decenni”.

Barack Obama accetta alla convention di Charlotte la nomination democratica per Usa 2012. “I repubblicani hanno lo stesso piano di 30 anni fa”, ha attaccato il presidente americano, sottolineando che “gli elettori si troveranno davanti alla scelta più chiara di sempre di tutta una generazione: un percorso difficile ma che conduce ad un futuro migliore”.

Il presidente americano usa toni gravi, quasi apocalittici, nel suo discorso di accettazione della candidatura che conclude la Convention di Charlotte. Spinge forte sulle grandissime differenze che esistono tra lui e Mitt Romney, che cita solo una volta per nome e chiama “il mio oppositore”.

Ma soprattutto chiarisce che per sanare l’economia nessuno può pensare di avere la bacchetta magica. Ai suoi elettori chiede una prova di maturità. Altro che Hope e Change. Stavolta vuole parlare alla testa, ai portafogli vuoti, più che al cuore. La situazione è grave, e non permette voli pindarici, suggestioni emotive o trovate retoriche. Così, all’insegna del “low profile”, Obama ripercorre la strada del realismo proposto ieri da Bill Clinton, dicendo esplicitamente che per risanare i conti e far ripartire la locomotiva americana serviranno “diversi anni. La ripresa – insiste Barack – non sarà né rapida, né facile”, come qualcuno pensa, proponendo ricette miracolistiche. “Resta molto lavoro da fare per risolvere i problemi accumulati nel corso dei decenni”.

La moglie e le figlie lo ascoltano in prima fila, accanto a Joe Biden e signora. Si comincia con gli U2 e la loro “City of Blinding Light”. Ma la serata non è all’insegna dei lustrini o degli effetti speciali. Non è tempo di prendere in giro la gente. I tempi a venire saranno ancora di lacrime e sangue. “I tempi sono cambiati, anch’io sono cambiato. Prima ero solo candidato, oggi sono presidente”, con tutto il carico di responsabilità che ne consegue. Davanti ci sono ancora tappe dure, dolorose, ma necessarie. E il compito di un comandante in capo, rivendica Obama, è dire ai suoi le cose come stanno.

Punzecchia l’avversario: “In politica estera è piuttosto un novizio. Se consideri la Russia il primo nostro pericolo e non Al Qaeda vuol dire che sei bloccato ai tempi della guerra fredda”. Rivendica i passi avanti fatti a favore della scuola e dell’educazione, bocciando la mania anti-pubblico che percorre la destra americana: “Non credo che il governo sia la soluzione di tutti i problemi, ma nemmeno che sia la loro unica origine”. Tocca le corde del patriottismo, parlando con orgoglio della ripresa dell’auto “made in Usa”. E ripete molte volte la parola cittadinanza, che sembra sostituire lo spazio lasciato vuoto da Hope e Change.

Ma il nocciolo del discorso è come convincere l’America ad avere ancora pazienza: “Non pretendo di dire che il percorso che vi sto offrendo sia semplice o facile. Non l’ho mai fatto. Sono stato eletto – attacca Obama con voce grave – per dirvi la verità, e non quello che volevate sentire”. E la verità è che il peggio deve ancora passare. Ma guai a lasciarsi andare: “A Washington saranno prese decisioni cruciali, sui posti di lavoro, sull’economia, sulle tasse e il deficit, l’energia e l’istruzione, la guerra e la pace. Si tratta di scelte – sottolinea il presidente – che avranno un impatto enorme sulla nostra vita e sulla vita dei nostri figli per i decenni a venire”. Ma malgrado il quadro sia così fosco, Obama, proprio perché consapevole della situazione, rivendica di avere ancora le carte in regola per tirare il suo Paese fuori dai guai.

Quindi, quasi ammonisce, rivolgendosi direttamente a chi lo segue in tv: “Sappi, America, che i nostri problemi possono essere risolti. Le nostre sfide possono essere vinte. Il percorso che offriamo può essere più difficile, ma conduce a futuro migliore. E sto chiedendo di scegliere quel futuro”. E per farlo riprende l’insegnamento di una delle icone dei progressisti americane: quel Franklin Delano Roosevelt che riuscì a unire un Paese per uscire dalla Grande depressione. Anche qui, Barack sembra seguire il metodo del dialogo proposto da Bill Clinton. “Abbiamo bisogno di uno sforzo comune, una responsabilità condivisa, un confronto continuo, lo stesso che Roosevelt ottenne durante la crisi peggiore di questa, quella del 1929”.

Chiede nuova fiducia, fa nuove promesse, spera che il Paese abbia ancora pazienza e continui a seguirlo. Il comizio si chiude sulle note di Bruce Springsteen, il working class hero del New Jersey. La gente lo applaude felice. Tutto il partito democratico è con lui, compatto e convinto. Sa che tra una manciata d’ore gli arriveranno sul tavolo i dati sull’occupazione di agosto. E la lotta nei prossimi 61 giorni sarà ancora tutta da vincere.

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