Italia

Via D’Amelio, vent’anni dopo

Paolo BorsellinoROMA. Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino veniva barbaramente ucciso dalla mafia. L’esplosione di un’auto imbottita di tritolo uccideva il magistrato antimafia e la sua coraggiosa scorta di servitori dello Stato.

A distanza di meno di due mesi dalla strage di Capaci, nella quale Giovanni Falcone, collega ed amico di Paolo Borsellino, veniva ucciso dalla stessa mafia insieme alla scorta e alla sua compagna, nasceva in Italia una generazione responsabile.

“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo” così diceva sempre Borsellino quando prendeva la parole in occasioni pubbliche alle quali partecipava con entusiasmo solo e sempre per sostenere l’antimafia militante.

Nel 1992 tanti giovani che si apprestavano a scegliere per la prima volta la facoltà presso la quale iniziare il percorso di formazione universitario optavano per Giurisprudenza. Un boom di iscrizioni a testimoniare che quegli eccidi non potevano rimanere nei libri di storia, ma potevano e dovevano dare la scossa a un paese corrotto e invischiato in lotte di potere quasi mai lecite.

Era l’epoca del pentapartito e del crollo del sistema di gestione della Democrazia Cristiana che, seppur aveva consentito la crescita economica e culturale del paese nei primi quarant’anni di Governo della cosa pubblica, era oramai indirizzata verso un disfacimento che avrebbe dato poi spazio all’era del Berlusconismo. Fra quei giovani che sognavano di diventare magistrati molti lo sono diventati e qualcuno di questi ha di recente arrestato mafiosi del calibro di Michele Zagaria.

È la storia di una generazione che giunge finalmente al comando di un’Italia che, forse, è ancora più corrotta di quella di venti anni fa. Una generazione che sin qui ha lottato e vissuto nella convinzione che la mafia fosse davvero un incubo dal quale uscire. Una generazione che considera Falcone e Borsellino, due eroi moderni, due modelli da seguire, persone di cui andare fiera.

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