Aversa

Fisioterapia domiciliare, il caso di Antonio P.

 AVERSA. Dopo la campagna contro l’abbandono dei cani è in arrivo quella contro l’abbandono…dei cittadini colpiti da ictus.

A promuoverla è il Codacons di Aversa per denunciare l’insufficienza che sfiora l’assenza del servizio di fisioterapia domiciliare che dovrebbe essere assicurato dal distretto sanitario locale agli ammalati dimessi dalle strutture ospedaliere dopo un episodio ischemico acuto che ha avuto quale conseguenza una paralisi degli arti. A determinare l’iniziativa provocatoria è l’ennesimo disservizio registrato nel settore dell’assistenza domiciliare denunciato al sodalizio dai familiari del sessantaduenne Antonio P.

“Dimesso il 2 luglio dall’ospedale Moscati di Aversa, dopo un ictus che gli ha provocato la paralisi del lato sinistro del corpo, secondo quanto disposto dai medici alla dimissione, Antonio – racconta la moglie – avrebbe dovuto effettuare fisioterapia riabilitativa al più presto, per potere recuperare la funzionalità della mano e della gamba”. “Per ottenerla – continua – ho seguito l’iter fissato dall’Asl, recandomi dal medico di famiglia per attivare il sistema di assistenza domiciliare integrata (Adi)”.

“Stando a quanto riferitomi dal medico curante – prosegue – data la urgenza del caso mio marito non è stato messo in lista di attesa ma inserito direttamente nella lista dei pazienti da visitare per autorizzare le cure domiciliari. Così, il 10 luglio, abbiamo ricevuto la visita di un sanitario del distretto che ha confermato la necessità di fisioterapia domiciliare. Ma ad oggi 18 luglio non si è visto ancora nessun fisioterapista”. “Mi domando – conclude – se questo modo di agire risponda al criterio dell’urgenza in cui rientra il caso di mio marito. Inoltre mi piacerebbe sapere chi sarà responsabile, anche economicamente, dei danni che procurerà alla nostra famiglia il ritardato avvio della riabilitazione disposta dai medici del Moscati e perché ancora non si provvede a dare inizio alla cura”.

La risposta a questa ultima domanda arriva dagli operatori dell’Adi. “Purtroppo non è possibile indicare quando avrà inizio la terapia perché, per garantire il servizio di fisioterapia domiciliare, disponiamo – affermano – solo di due operatori, uno dipendente dall’Asl, l’altro a contratto che, tempo fa, ha avuto il dimezzamento dell’orario di lavoro”. “ Con un fisioterapista e mezzo l’Adi dovrebbe – sottolineano – coprire le necessità di cure domiciliari dell’utenza di un distretto con circa 58 mila abitanti ed un proporzionale numero di casi acuti, senza tenere conto di quelli non acuti che pure vanno trattati. E’ una impresa difficile”. “Di conseguenza – continuano – il numero di interventi giornalieri è limitato e per il signor Antonio, dopo aver accertato la necessità della cura, non possiamo fare altro che metterlo in lista affinché il trattamento possa iniziare al più presto”.

Ne segue che la riabilitazione di Antonio potrebbe non dare il risultato migliore, quello che sarebbe stato possibile ottenere con un inizio precoce della cura, capace d’impedire la stabilizzazione dei danni, cosicché potrebbe non riprendere più l’uso completo degli arti. Da qui la protesta dei familiari che vivendo di lavoro occasionale non hanno la possibilità di pagare di tasca la cura necessaria ad Antonio che, a questo punto, al danno prodotto dalla malattia dovrebbe aggiungere la beffa subita dal sistema sanitario che, pur riconoscendo l’urgenza del caso, non gli garantisce, in tempo utile, le cure dovute gratuitamente agli indigenti, limitandosi ad inserirlo in una lista di attesa. Possibile che debba andare così?

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