Italia

Mafia, il caffè del boss imposto ai bar : sequestrate 5 società

 PALERMO. Il nucleo di Polizia tributaria di Palermo, a seguito di provvedimento del gip Riccardo Ricciardi, che ha accolto la richiesta della Procura Distrettuale Antimafia, hanno sequestrato cinque società tra cui una palestra e due bar.

Nell’ambito dell’operazione, denominata “Coffee Breack”, sono state sequestrate due società operanti nel settore del commercio all’ingrosso di caffè, due bar, di cui uno con annessa sala giochi, e una palestra, tutti riconducibili a un palermitano pluripregiudicato, ritenuto, in passato, uomo di fiducia del boss Totò Riina e condannato con sentenza definitiva per associazione mafiosa.

Le indagini, dirette dal Procuratore Aggiunto Antonio Ingroia e dal pm Dario Scaletta hanno evidenziato che l’uomo, denunciato per il reato di trasferimento fraudolento di valori ed estorsione aggravata dal metodo mafioso, “al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione, ha negli anni attribuito fittiziamente a propri prestanome la titolarità delle attività commerciali sequestrate, mentre nella realtà le continuava a gestire direttamente”.

A questo scopo, ha utilizzato 11 persone, denunciate per concorso in trasferimento fraudolento di valori, alcune delle quali appartenenti al proprio nucleo familiare, attribuendo loro la titolarità delle società in sequestro e facendosi assumere come semplice dipendente da una di esse. L’attività investigativa è stata resa oltremodo difficoltosa perchè “il responsabile, con l’evidente scopo di impedire la riconducibilità delle società alla sua persona, non solo cambiava continuamente i soci delle medesime, ma ne chiudeva alcune per aprirne poco dopo altre seppur operanti nel stesso settore economico”.

Nel corso delle indagini sono stati accertati episodi di estorsione che sarebbero attribuibili all’imprenditore in odor di mafia. Significativo quello realizzato unitamente ad altro esponente della criminalità organizzata, attualmente detenuto in carcere per scontare una condanna per 416-bis, nel quale entrambi avevano imposto ad un bar di Palermo, “con metodi tipici dell’intimidazione di stampo mafioso, l’acquisto di caffè commercializzato da una delle società sequestrate, nonostante il prodotto fosse di qualità inferiore rispetto ad altri presenti sul mercato ed il prezzo non certo il più conveniente”.

Il ruolo di spicco, quale imprenditore nel settore del caffè, ricoperto dal titolare delle società poste sotto sequestro è stato altresì evidenziato da alcuni collaboratori di giustizia che lo hanno indicato come soggetto che ambiva a diventare, ad ogni costo, il leader incontrastato nella fornitura del caffè presso gli esercizi commerciali di Palermo.

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