Marcianise - Capodrise - Portico - Recale - Macerata Campania

Un Rolex come “premio” per omicidio: tre arresti contro clan Belforte

 MARCIANISE. La squadra mobile di Caserta, coordinata dalla Procura Distrettuale di Napoli, ha eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti del clan Belforte di Marcianise, in relazione ai reati di omicidio, detenzione e porto di armi comuni e da guerra e rapina, aggravati dal metodo mafioso.

… in relazione ai reati di omicidio, detenzione e porto di armi comuni e da guerra e rapina, aggravati dal metodo mafioso. Destinatari delle ordinanze Michelangelo Amato, 36 anni, di Capodrise; Camillo Antonio Bellopede, 32 anni, di Marcianise; e Antonio Zarrillo, 45 anni, di Capodrise, già arrestati il 1 luglio 2011 insieme ad altri esponenti del clan Belforte.

Le misure restrittive si riferiscono ad uno dei più efferati omicidi verificatisi in provincia di Caserta, commesso a danno di un ventenne che aveva partecipato ad attività estorsive contro imprenditori per conto dell’opposto clan dei Piccolo, già taglieggiati dal rivale clan dei Belforte che, sin dagli anni ‘90, gli contendeva il controllo delle attività criminose nel comprensorio di Caserta, Marcianise ed i comuni contigui al capoluogo.

Il 23enne Francesco Sagliano venne ucciso il 3 ottobre 2003 nel centro di Marcianise, dopo un lungo inseguimento, condotto per alcuni chilometri e posto in essere da un commando omicida, che sparava all’impazzata, anche in presenza di ignari cittadini. Secondo le indagini, per la spedizione omicida, i killer utilizzarono un fucile da caccia calibro 12, un mitra kalashnikov, una pistola semiautomatica ed un revolver. Poi, i capi del clan li ricompensarono con la somma di tremila euro e orologi Rolex Submarine.

Per Amato, Bellopede e Zarrillo, dopo il primo arresto, il Tribunale del Riesame annullò il provvedimento cautelareper difetto di motivazione, nonché di Bellopede, non ritenendo sussistere nei suoi confronti quei gravi indizi di colpevolezza necessari a fondare la misura restrittiva. Ulteriori approfondimenti investigativi delegati dalla Dda di Napoli alla squadra mobile di Caserta, avviati anche sulla scorta delle dichiarazioni del collaboratore Pasquale Aveta, hanno permesso di acquisire nuovi elementi a carico dei destinatari della misura in argomento, consentendo alla Procura Antimafia partenopea di reiterare al Gip distrettuale una richiesta di custodia cautelare in carcere, effettivamente emessa il 17 aprile scorso.

Secondo le indagini, l’omicidio di Francesco Sagliano si inquadrava nel contesto della faida tra i Belforte ed il clan dei Piccolo, detti “i Quaqquaroni”, per la supremazia nella gestione delle attività illecite nel comprensorio di Caserta, Marcianise e comuni limitrofi. Infatti, Sagliano fu assassinato a colpi d’arma da fuoco, il 3 ottobre 2003, a Marcianise, perché, per conto del clan Piccolo, aveva partecipato ad un’attività estorsiva in danno di un imprenditore già taglieggiato dagli emissari dell’opposto clan dei Belforte.

Stando alla ricostruzione operata dalla Procura Antimafia di Napoli e dalla Squadra Mobile di Caserta, la decisione di eliminare Sagliano fu assunta da Vittorio Musone, Gaetano Piccolo e Luigi Trombetta che, all’epoca dei fatti, gestivano il clan, stante la contemporanea detenzione dei capi storici, i fratelli Domenico e Salvatore Belforte.

E’ stato delineato anche il ruolo di tutti i responsabili del delitto. Oltre ai mandanti Musone, Trombetta e Piccolo, ne furono esecutori materiali Pasquale Aveta, Francesco Zarrillo, Domenico Cuccaro e Antonio Gerardi, mentre Michelangelo Amato, Camillo Antonio Bellopede e Vincenzo De Simone, svolgevano il ruolo di specchiettisti ed avvistatori della vittima. Invece, Michele Froncillo, Antonio Zarrillo e Antonio Della Ventura procacciarono le armi utilizzate nel raid. Successivamente, divennero collaboratori di giustizia Michele Froncillo, Domenico Cuccaro, Antonio Gerardi e, più di recente, Pasquale Aveta.

Particolarmente efferate furono le modalità dell’omicidio. Infatti, il gruppo di fuoco attese la vittima sotto l’abitazione della fidanzata a Recale. Non appena la ragazza discese dalla vettura di Sagliano e varcò il portone dello stabile, la vettura con i killers tentò di bloccarlo, ma il giovane, accortosi della manovra, tentò la fuga. Ne nacque un lungo inseguimento da Recale, attraverso Capodrise, fino a Marcianise, dove Sagliano imboccò una strada dove era aperto un cantiere per la realizzazione della rete fognaria, finendo in una buca, così come l’auto degli inseguitori, che la tamponò violentemente. I killer, che durante l’inseguimento avevano sparato decine di colpi all’indirizzo del fuggitivo, raggiunsero e bloccarono il giovane che, probabilmente già ferito ad un fianco, crollato in terra, venne finito a colpi di pistola, nonostante implorasse pietà. Inoltre, uno degli assassini infierì ripetutamente sul volto di Sagliano con il calcio di un fucile. Subito dopo, poiché la vettura del gruppo non era più marciante, la stessa venne incendiata sul posto e, per la fuga, fu rapinata un Renault Clio ad un automobilista terrorizzato, che aveva assistito all’agguato.

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