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Lea Garofalo: condannati all’ergastolo 5 uomini

Lea GarofaloMILANO. “È stata fatta giustizia”: queste le parole di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, l’ex collaboratrice di giustizia che fu sciolta in 50 litri di acido dal compagno Carlo Cosco e altri 5 dei suoi uomini, tutti condannati all’ergastolo.

Ad emettere la sentenza la Corte d’Assise di Milano, poco dopo le 16 di venerdì, che ha condannato al carcere a vita Carlo Cosco, e Vito Cosco ,suo fratello,a 2 anni di isolamento diurno, mentre Giuseppe Cosco, Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino ad un anno di isolamento diurno. I danni patiti dalle parti civili, hanno stabilito i giudici, verranno determinati in separata sede. Come provvisionale, però, gli imputati dovranno risarcire la figlia della vittima, Denise Cosco per 200mila euro, 25mila al Comune di Milano.

“Il fatto più importante oggi è che una giovane ragazza a cui hanno ucciso la mamma ha avuto il coraggio di essere testimone di giustizia. Ha rotto la paura e l’omertà e ha portato il suo contributo a scrivere una pagina di giustizia e verità”. E’ questo il pensiero che Denise esprime attraverso il suo legale Vincenza Rando. La ragazza ventenne ha atteso “nascosta” per motivi di sicurezza, la sentenza di condanna per l’omicidio della madre, scomparsa nel novembre del 2009. Il legale, emozionato, ha sottolineato l’intelligenza e il coraggio di Denise, che si è costituita parte civile “contro” il padre imputato nel processo e sottolineato che il Paese deve essere orgoglioso di una ragazza come lei. In Tribunale è arrivato anche don Luigi Ciotti, presidente della storica associazione antimafia Libera. Davanti all’aula della prima Corte d’Assise, ad attendere la sentenza, c’è anche Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto, ucciso dalla mafia e l’attore e consigliere regionale Giulio Cavalli. Oltre ad alcuni parenti sono poi presenti i ragazzi di Libera che hanno spesso seguito le varie udienze del processo e gli studenti di Nando Dalla Chiesa, anche professore universitario. Anche il presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo è stato presente al palazzo di giustizia per la lettura della sentenza.

Lea Garofalo, uccisa, torturata e sciolta nell’acido il 24 novembre del 2009, godeva di un programma di protezione testimoni e viveva in una località protetta, ma aveva scelto di rinunciarvi per poter stare vicina alla figlia Denise. Appunto per parlare delle sue scelte scolastiche aveva accettato un appuntamento con il padre della ragazza a Milano: l’uomo però, secondo l’accusa, la fece rapire dai suoi complici, che la portarono in un’area fuori mano a San Fruttuoso (Monza), la torturarono per farla parlare, la uccisero e sciolsero il cadavere nell’acido. Prima che i giudici si riunissero, ha preso la parola uno dei sei imputati, Carlo Cosco, esponente della ‘ndrangheta crotonese, accusato di essere il mandante dell’omicidio. Quest’ultimo ha voluto replicare a quanto detto, durante la requisitoria, dal pubblico ministero Marcello Tatangelo, cheaveva definito i sei imputati dei “vigliacchi”perché avevano ucciso insieme una donna. “Il pubblico ministero dice che siamo vigliacchi – ha affermato Carlo Cosco – io ho la terza media, il pm è un dottore e laureato, ha ragione a dire che sei uomini che uccidono una donna sono vigliacchi. Lo farei anch’io se l’avessimo uccisa, ma noi non siamo vigliacchi perché non l’abbiamo uccisa. Se avessi avuto la sciagurata idea di uccidere la mia ex compagna, non mi sarei servito di cinque persone”. “Non è stato un omicidio, mai, mai”, ha concluso Cosco, ringraziando infine i giudici e augurando loro una buona Pasqua.

Il processo aveva rischiato l’azzeramentoper la nomina dell’ex presidente della Corte d’assise, Filippo Grisolia, al ministero della Giustizia, con scadenza dei termini della custodia cautelare a luglio. Il nuovo presidente è invece riuscito, con un calendario fitto di udienze, ad arrivare in tempo alla sentenza. Si conclude così il processo sul primo caso di lupara bianca al Nord. Lea Garofalo era scomparsa in corso Sempione il 24 novembre 2009, arrivata dalla Calabria per tentare l’ultima riconciliazione con l’ex “pensando — ha spiegato il pm — che così avrebbe potuto continuare a vivere con Denise”. Rapita e torturata per confessare cosa avesse raccontato agli investigatori, fu uccisa con un colpo di pistola e fatta scomparire. La ventenne Denise, con i legali Enza Rando e Ilaria Ramoni, ha ascoltato la sentenza da una stanza attigua all’aula.

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