Italia

Lavoro, ancora nessun accordo. Passera: “Vediamo di quagliare”

Corrado PasseraROMA. Il vertice notturno di giovedì era sembrato mettere il timbro sulla riforma del lavoro, ma venerdì mattina è arrivata la doccia fredda.

E non solo della leader Cgil, Susanna Camusso, a cui le proposte messe in campo sull’articolo 18 “non vanno bene”, ma anche della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che, a fronte di “una piccola riforma, soprattutto della flessibilità in uscita”, teme una reazione negativa dei mercati. Alla frenata delle rappresentanti delle maggiori parti sociali si sono aggiunti i dubbi delle organizzazioni che raggruppano banche, piccola e media impresa, Confcommercio, Cooperative, Rete Imprese, Ania, che nella riforma prospettata dal governo non vedono ancora la soluzione ai problemi delle categorie rappresentate. Alle perplessità di imprese e sindacati replica con decisione il governo.

Il premier Mario Monti definisce “una priorità e un tema cruciale” per l’esecutivo la riforma del mercato del lavoro. Il ministro Elsa Fornero ritiene che l’accordo tra le parti “sia imprescindibile, rappresentando un valore aggiunto di notevole importanza”.

Mentre Corrado Passera invita seccamente a “trovare la maniera di quagliare”. Parlando a una platea di industriali, il ministro dello Sviluppo economico, peraltro, si dice convinto che a “una riforma a cui manca l’ultimo miglio, tutte le forze in campo faranno fare quest’ultimo passo”. La freddezza della Cgil nei confronti di quanto partorito dal governo – compresi i risultati del vertice dei leader della maggioranza col premier – si legge tutta nelle parole di Susanna Camusso: “Gli accordi sono possibili quando c’è un merito che viene condiviso. E a oggi credo che ci sia ancora strada da fare”. Quanto all’articolo 18, la leader sindacale osserva: “Vedremo quali proposte saranno fatte: quelle sentite finora dal governo non ci convincono e non vanno bene”.

Diffidente Camusso nei confronti di un indebolimento “delle tutele e della funzione di deterrenza che l’articolo 18 ha rispetto all’arbitrio nei licenziamenti”, soprattutto dei “licenziamenti disciplinari” che – dice la segretaria della Cgil – “nella loro maggioranza derivano da processi di mobbing”. Di segno diverso i dubbi della leader degli industriali che parla di “forte preoccupazione per il nuovo testo sulla flessibilità in entrata, con più costi, più burocrazia per i contratti a termine e l’apprendistato e con il conseguente rischio di ridurre l’occupazione invece di aumentarla”.

Di qui l’invito di Marcegaglia a trattare ancora “per cercare di raggiungere un buon accordo. Perché – sostiene – se dovessero prevalere i testi che abbiamo visto finora, sarebbe certo un problema firmare”. Gli argomenti della Confindustria vengono in parte fatti propri anche dalla Confcommercio, che si oppone a “burocratizzare e ingessare la flessibilità in entrata e all’aumento dei costi del contratto a tempo determinato”. Dicendosi quindi favorevole a una diminuzione della fiscalità sia sulle buste paga dei lavoratori che sulle imprese. E sempre sull’aggravio dei costi imprenditoriali si concentra un documento delle associazioni datoriali (Abi, Cooperative, Ania, Confindustria) in cui si lamenta che “la riforma del lavoro che il governo va delineando non pare ancora in grado di individuare le giuste soluzioni per la competitività delle imprese e, quindi, per la crescita del sistema Paese”.

Nel mirino di queste categorie imprenditoriali le proposte “eccessivamente onerose e vincolanti” formulate dall’esecutivo sui contratti a termine e sugli ammortizzatori sociali. Mentre la Confesercenti calcola che le misure previste dalla riforma graveranno sulle piccole imprese del commercio, del turismo e dell’artigianato per un costo aggiuntivo di 587 milioni di euro. A mostrare comunque fiducia sul risultato finale è una delle protagoniste della difficile e articolata trattativa, e cioè il ministro Fornero. Premesso di “non avere l’accordo in tasca” e di dover lavorare ancora “per una settimana”, la titolare del Lavoro sottolinea che “è arrivato il tempo della responsabilità”, per dare un segnale che il Paese “vuole superare una fase di divisioni, anche profonde, nelle parti politiche che sostengono il governo, nel sindacato che oggi discute con me, all’interno dei datori di lavoro. Sono fiduciosa – conclude Fornero – che questa riforma otterrà il consenso necessario”. Un consenso che le parti politiche – almeno quelle che si sono ritrovate a palazzo Chigi giovedì sera – non sembrano voler far mancare al governo.

“Sarebbe negativo – avverte Pier Ferdinando Casini – non raggiungere l’accordo con le parti sociali sulla riforma del lavoro, soprattutto in un momento di tensione e di difficoltà per tanti italiani”. Da parte sua, Pier Luigi Bersani crede che governo e parti sociali possano raggiungere sull’articolo 18 una soluzione che “preservi i suoi pilastri e li renda meglio applicabili”. Eguale fiducia esprime Angelino Alfano, convinto che l’agenda del governo sul lavoro sarà rispettata entro la fine di marzo, avvertendo però che “non dovranno essere le piccole e medie imprese a dover sopportare i nuovi costi che la riforma comporterà”.

Un ottimismo, questo, considerato di buon auspicio da Raffaele Bonanni: “Spero che nessuno strappi una tela così lungamente tessuta in modo certosino”, dice il leader della Cisl osservando che “i molti che strappano da una parte e dall’altra, lo fanno non per cercare l’accordo ma per cercare protagonismi”. Tra le colombe del dibattito in corso si iscrive certamente Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria e tra i possibili successori di Marcegaglia, che parla di “doveroso tentativo di condividere l’accordo con una parte importante del sindacato come la Cgil”.

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