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Bancarotta fraudolenta: 40 arresti contro i clan Gionta e La Torre

 NAPOLI. 40 persone sono state raggiunte da provvedimenti cautelari, emessi dal gip del tribunale di Padova, ed eseguiti dai finanzieri del comando provinciale di Napoli, nell’ambito di un’inchiesta che ha accertato 18 episodi di bancarotta fraudolenta …

…e 13 di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, avvenuti tra luglio 2009 e luglio 2011. L’operazione, denominata “Dummies”, coinvolge imprenditori e presunti affiliati ai clan Gionta di Torre Annunziata (Napoli) e La Torre di Mondragone (Caserta), storiche “famiglie” della camorra campana negli anni disarticolate da inchieste e arresti. Nove persone sono finite in carcere, 13 ai domiciliari, 18 con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Degli indagati, complessivamente 146, 18 sono indagati per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta e alla sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte.

L’ordinanza rappresenta l’epilogo di articolate indagini di polizia giudiziaria, dirette nella prima fase dalla Dda partenopea e successivamente transitate nella competenza dell’autorità giudiziaria di Padova, in relazione al primo caso accertato di bancarotta fraudolenta. Sin dall’inizio, l’attività investigativa è stata eseguita dal Gico di napoli, nel periodo maggio 2010 – novembre 2011, nei confronti del cosiddetto “Gruppo Catapano”, con sedi a Milano e Napoli, costituito da una serie di società operanti nei settori della finanza, consulenza aziendale, editoria, compravendite immobiliari e merchant banking, facenti capo ai fratelli Giuseppe e Carmine Vincenzo Catapano e Gerardo Antonio Catapano, figlio di Giuseppe.

Le imprese italiane erano, a loro volta, collegate a: due società di diritto anglosassone, “Victoria Bank Ltd” e “Telegraph Road Ltd”, entrambe aventi sede in un box office situato in un ufficio postale di un villaggio della contea sud-orientale di Surrey, risultate essere delle semplici società di domiciliazione, inattive, prive di qualsiasi struttura organizzativa e non autorizzate a svolgere attività bancaria e/o finanziaria né in Italia né nel Regno Unito; due associazioni non riconosciute, dichiarate al fisco come onlus senza averne titolo giuridico, denominate “I.e.c.” (Istituto europeo commerciale), con sede a Napoli, e “O.p.e.” (Osservatorio parlamentare europeo), con sedi a Napoli, Roma e Bruxelles. Proprio quest’ultima veniva utilizzata da Giuseppe Catapano, in qualità di presidente, per accreditarsi presso imprenditori e rappresentanti di istituzioni locali e nazionali, che incontrava impiegando normalmente un autista con autovettura blu dotata di lampeggiante in uso alle forze di polizia.

Secondo gli investigatori, la famiglia Catapano, originaria di Ottaviano (Napoli), in associazione con altre persone riconducibili ai clan Gionta e La Torre, offriva una sorta di “prestazione di servizio” a titolari ed amministratori di società in difficoltà finanziaria e/o sull’orlo del fallimento, attraverso condotte criminose consistenti: nel rapido svuotamento dell’attivo patrimoniale dell’azienda in crisi (costituito perlopiù da beni mobili, valori, terreni edificabili e crediti), fatto confluire in società, soprattutto estere, create ad hoc; nella cessione dell’azienda ormai svuotata (con i debiti verso fornitori e verso l’erario) a società non operative, aventi sedi fittizie e rappresentate da prestanome, vanificando, in tal modo, sia le pretese dei creditori sia la procedura di riscossione coattiva delle imposte iscritte a ruolo in capo all’azienda debitrice, per importi anche considerevoli; nella distruzione della documentazione amministrativo-contabile della società, rendendone impossibile la ricostruzione del volume d’affari.

Ricostruiti analiticamente gli importi: delle distrazioni patrimoniali, per un ammontare di 9,5 milioni di euro; delle sottrazioni di imposte al fisco, per un ammontare di 5,5 milioni di euro; dei proventi conseguiti dall’organizzazione, a fronte del “servizio” reso (consistente nella messa a disposizione della “scatola vuota” societaria e del prestanome) per un importo di oltre 24 milioni di euro.

Tali compensi, giustificati formalmente come prestiti partecipativi o quali corrispettivi per consulenze ed intermediazioni finanziarie, venivano poi dirottati verso le due società inglesi. In particolare, sottolineano gli investigatori, l’associazione a delinquere operava attraverso l’elaborazione di un “piano di ristrutturazione” che consentiva di separare le “attività” dalle “passività”.

Le attività venivano fatte confluire, attraverso fittizie cessioni di quote, fitti di rami d’azienda e costituzioni di società di diritto anglosassone o di appositi gruppi economici di interesse europeo (“geie”) in altre società (“good company”) spesso con sede all’estero. Invece, le passività (debiti verso erario e verso fornitori) venivano lasciate nelle stesse società (“bad company”) poi intestate, poco prima del fallimento, a prestanome pregiudicati e nullatenenti, reclutati nelle aree di influenza dei clan Gionta e La Torre.

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