Italia

Processo Eternit, sentenza storica: condannati i vertici

 TORINO. 16 anni di carcere a testa per il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 91 anni, al termine del processo Eternit.

2.191 morti e 665 malati di patologie causate dall’amianto: questi i numeri che conteneva il capo d’accusa nei confronti dei due ex vertici della multinazionale dell’amianto, che dovevano rispondere dei reati di disastro ambientale doloso e omissione volontaria delle cautele antinfortunistiche. Per loro il giudice Giuseppe Casalbore, presidente del tribunale di Torino, dopo aver disposto la condanna, ha anche stabilito l’interdizione dai pubblici uffici. Secondo quanto si ricava dalla lettura del dispositivo della sentenza, il tribunale ha ritenuto i due imputati colpevoli di disastro doloso solo per le condizioni degli stabilimenti di Cavagnolo (Torino) e Casale Monferrato (Alessandria). Per gli stabilimenti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli) i giudici hanno dichiarato di non doversi procedere perché il reato è prescritto. Alcuni parenti delle vittime sono scoppiati in lacrime alla lettura della storica sentenza, che rappresenta il culmine di 65 udienze fra il 2009 e il 2011.

Ai familiari delle vittime, come stabilito dalla corte,andrà un risarcimento di 30mila euro per ogni congiunto.Ad alcuni ammalati 35mila euro. 100 mila euro, invece, ad ogni sigla sindacale. 25 milioni al comune di Casale Monferrato, 4 milioni al comune di Cavagnolo e una provvisionale di 15 milioni all’Inail.

Per i pm dell’accusa, Raffaele Guariniello, Sara Panelli e Gianfranco Colace, che avevano chiesto 20 anni di reclusione, in diversi periodi della loro vita, Schmidheiny e De Cartier hanno gestito la Eternit o società collegate e, quindi, sono responsabili dello scempio provocato dall’amianto lavorato nei quattro stabilimenti italiani della holding a partire dal 1952. Migliaia di morti e di malati di tumore fra gli operai e fra le persone che popolavano le quattro località.

Le difese degli imputati hanno sostenuto che ancora negli anni Sessanta gli scienziati non erano d’accordo sulla nocività dell’amianto, ma i dirigenti “rimasero choccati” quando, nel 1976, in un seminario in Germania, vennero messi al corrente delle ultime scoperte. Schmidheiny, che ereditò la carica in quel periodo dal papà (e che oggi si definisce “un filantropo”che si batte per un “futuro ecosostenibile”), come riferito dai suoi difensori “prese tutti gli accorgimenti tecnici possibili per limitare i danni investendo milioni”; mentre De Cartier fu, dal 1971, “solo un amministratore senza deleghe e senza capacità di intervenire sul fenomeno”.

L’amianto, un minerale che nell’ultimo secolo, persino quando si cominciò a sospettare che fosse cancerogeno, è stato impiegato a piene mani per proteggere le case dal calore e dal rumore, isolare caldaie, costruire i freni delle auto, intrecciare corde, potenziare vernici. Un’industria che ha dato da vivere a decine di migliaia di persone in tutto il mondo, ma che alla fine ha provocato una strage perché le fibre si sono rivelate un killer che non perdona.

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