Santa Maria C. V. - San Tammaro

Mensa dei poveri: tra carità cristiana e responsabilità sociale

 SANTA MARIA CV. Ore 12. Passando per via Anfiteatro un buon profumino si espande in tutta la strada. Primo piatto, riso e verdure, poi zucca con formaggio e, infine, una fettina di dolce.

Dall’aspetto dei commensali che affollano la sala però, si capisce subito che non si tratta dell’ennesima tavola calda che sta sfornando manicaretti, siamo alla mensa della Caritas. La mensa in effetti è attiva da 11 anni ed è nata dalla volontà di don Elpidio Lillo, parroco della chiesa di S.Erasmo Vescovo, che, in occasione del venticinquennale del suo sacerdozio avviò una serie d’iniziative solidali tra cui il gemellaggio con una cittadina del Madascar per la costruzione di infrastrutture essenziali quali un pozzo ed una scuola. Successivamente ha interrogato la sua comunità: “E se l’ Africa fosse vicino a noi?”.

Da questa riflessione è nato il progetto di offrire un pasto caldo a coloro che non potevano neppure mettere il piatto in tavola anche perché molti fruitori del servizio non ha hanno letteralmente né una tavola né una casa. Il progetto è stato affidato alla responsabile della Caritas sammaritanaed a suo marito che, non senza difficoltà, hanno dato il via al progetto nei locali messi a disposizione gratuitamente da parte del dottor Morelli. Nel tempo, da servizio piatto unico, circa 15 volontari offrono un servizio pranzo completo oltre la possibilità di una doccia calda e di lavare gli indumenti. Ad illustrarci meglio queste attività è proprio la responsabile Caritas. Questa ci spiega che a muovere il suo operato è semplicemente lo spirito di carità cristiana.

La mensa dipende dall’impegno di monsignor Lillo e dalla sensibilità della comunità parrocchiale. All’inizio non è stato semplice ci racconta, in quanto quest’iniziativa si dibatteva tra lo scetticismo della popolazione, i cui commenti caustici colpivano gli stessi organizzatori, ed il disinteresse istituzionale. In quel periodo la Provvidenza Divina è venuta in soccorso del progetto, come quando i bisognosi aumentavano e l’olio in dispensa scarseggiava. Le cose nel corso del tempo sono migliorate ed anche la gente ora li conosce e crede in ciò che fanno.Molti nel quartieredanno una mano, offrono generi di prima necessità, anche i commercianti lo fanno, come il panificio vicino oppure la pescheria in via Melorio che dona oltretutto pesce fresco per il pranzo di Natale.

Incontriamo nel refettorio che si spopola Marius, un ragazzo polacco che ci chiede un sacco a pelo.Lui è venuto qui per i raccolti ma, mentre per le olive c’è ancora qualche possibilità ,il sistema del caporalato quest’anno ha portato ad uno sfruttamento di extracomunitari insostenibile. Marius dorme nei pressi della stazione di Caserta ed ora con le piogge ed i primi freddi la situazione si fa davvero dura. Tant’è che un suo compagno, tra la nottata persa e l’alcol bevuto in precedenza, si addormenta sul tavolo e quasi di peso i suoi compagni lo portano via. Per loro che dormono in strada è pronto un piccolo sacchetto con un panino e acqua: cena assicurata.

La sala ormai è vuota e solo il “Professore”, nomignolo datogli per la sua loquacità, si attarda. La responsabile ci spiega che il suo piglio autoritario è necessario per la sua funzione: anche la povertà deve avere le sue regole, regole indispensabili al funzionamento della struttura che non tutti i bisognosi accettano. Questa è una mensa di passaggio, frequentata in particolare da extracomunitari, ma anche da poveri del rione, ci sono addirittura famiglie. Sembra impossibile, ma ci sono persone che vivono in queste condizione e lo sappiamo perché vivono fianco a fianco con noi. Noi le chiediamo quali siano i rapporti tra la mensa e le istituzione cittadine e la donna risponde che è stata data disponibilità di intervento da parte delle forze dell’ordine in caso di risse nei loro locali. Tuttavia, la richiesta d’intervento è un’ultima ratio, gli stessi immigrati si controllano a vicenda e rispettano l’attività della Caritas.

Per quanto riguarda possibili aiuti, i coniugi rispondono fieri che, di concerto con monsignor Lillo, hanno deciso che l’attività di sussistenza fosse fatta in maniera solidaristica da chiunque voglia ma senza chiedere nulla a nessuno. In fondo, i volontari che si alternano nella struttura non fanno altro che mettere in pratica il monito evangelico “Date da mangiare agli affamati”.

Ripensando a questo incontro, ci domandiamo se sia giusto che solo coloro che chiedono o pretendono, come personaggi dalla dubbia moralità che vediamo affollare l’anticamera delle stanze comunali, ricevano voce e spazio. Vogliamo ricordare che il grado di civiltà per una comunità dipende dalla sua capacità di farsi carico dei bisogni dei più deboli e non far finta di ignorarne l’esistenza.

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