Caserta

Petteruti: “Cacciola da’ i numeri…senza guardare ai numeri”

Nicodemo PetterutiCASERTA. Un massacro. Non altrimenti si può definire l’esito della tornata elettorale del 16 maggio 2011, per il centrosinistra di Caserta.

Miglior sorte non è toccata a formazioni minori come quella del Candidato Falco, passata per Terzo Polo, senza averne i connotati. Una formazione civica, Speranza per Caserta, ha conseguito un discreto consenso, ma non appare in grado di influenzare il corso della politica locale. Guardiamo in faccia i risultati. A fronte della schiacciante maggioranza di centrodestra, 62,94% alle liste e 52,64% al sindaco, il centrosinistra consegue il 23,93% dei voti di lista e il 26,15% dei voti al sindaco. Distacco abissale.

Della candidatura Falco un breve cenno. Lungi dall’aver rappresentato il Terzo Polo (se mai ce ne sarà uno a Caserta, almeno fin quando il quadro politico/amministrativo rimarrà quello attuale), essa si è manifestata per quello che veramente è: il tentativo velleitario di ritornare al potere, di chi ha la responsabilità della gestione 1998/2005, rea di aver portato la città in una condizione di difficoltà economica, che si è gravemente ripercossa sull’ultimo quinquennio, con debiti, contenziosi, sperperi scoperti ogni giorno, dei quali forse non si è detto abbastanza. La città ha comunque risposto no a questo tentativo, del quale rimarrà labile traccia, in Comune, con la presenza di Falco in tandem con una sua costola, Carlo Marino all’opposizione (!), contro quell’altra costola che è Pio Del Gaudio. Da vedere.Falco tenterà altre strade, speranzoso di ottenere in Parlamento quello che a Caserta gli è stato negato, ma dovrà vedersela con Squeglia, il cui obiettivo, malamente sostenuto dai suoi improvvidi passi politici, èil medesimo. Su questo tema intendo tornare.

DICHIARAZIONE DI CACCIOLA 18-05-11

Il focus, ora, è il centrosinistra e, in particolare, il PD che, nel generale sfascio, rimane il maggior partito di centrosinistra, perdentesia a Caserta città che in provincia.Il quale perdente rimarrà, se non si prende coscienza degli errori, dei deficit strutturali e dirigenziali, che ne hanno segnato la sorte negli ultimi due anni. Non è questa la sede per tentare un’analisi comparativa di livello regionale e nazionale (non ardisco ascrivermi un ruolo di politologo cui non sono preparato), ma almeno ai fatti di casa mia, uno sguardo esteso alle città più vicine, Napoli, Benevento, Salerno, mi sarà consentito darlo, per riflettere sulla condizione in cui i progressisti vengono a trovarsi a Caserta, città e provincia del PD commissariato. Il 18 maggio, all’indomani dello scrutinio, Cacciola, commissario provinciale, dichiara alla stampaCorriere del Mezzogiorno la sua interpretazione del risultato elettorale di Caserta, che riporto a fianco.

Nessun cenno di autocritica o, almeno, di riflessione critica. Solo la conferma delle purghe (Cacciola è di scuola PCI/PCUS) e l’indicazione dei veri responsabili, io, l’amministrazione ecc. ecc., rosario consunto alla base della campagna di Marino, condotta all’insegna della “discontinuità” da una delle poche cose politiche decenti che, dal ’98, si sono costruite in Città (fino all’ultima degenerazione transumante a destra), negata per porsi a braccetto, nientemeno!, con la metamorfosi di Pasquale Corvino (socialisti) e suoi lacchè. Ho l’abitudine di fare l’esame di coscienza, prima di parlare, non avendo necessitàdi accusare, mentire, profanare, vendere, a tutela del mio futuro.

Non sono a caccia di niente, se non di conservare libertà e integrità di giudizio, che spero di condividere con persone da cui, in questi giorni di fuoco, mi hanno pur diviso polemiche pungenti, come Nicola Melone, vecchia e stimata conoscenza. L’ho fatto l’esame, col metodo razionale che si addice a chi ha dimestichezza con l’analisi matematica, riflettendo ai dati che storia e cronaca consegnano. In provincia di Caserta sono andati al voto 29 comuni, che esprimono 283.073 elettori, circa il 53% dell’intera popolazione elettorale provinciale. Sei le città con più di 15.000 abitanti, con 158.763 elettori, pari al 56% di tutti quelli chiamati al voto. Il campione di queste sei città è esaustivosul piano politico, oltre che numerico, perché esse esprimono liste connotate politicamente, laddove nei centri minori pullulano liste civiche, talvolta d’incerta estrazione.

E’ interessante il quadro della recente storia elettorale, che riporto per le sei città:

Questa è la fotografia della discesa agli inferi del PD di Caserta e provincia, dal 2008, epoca d’oro in cui si viaggiava su standard elevati sotto la guida di de Franciscis e, in città, di Petteruti, ai giorni nostri, in cui il PD scende a rilevanza marginale, spesso con nessun consigliere eletto e, a Caserta, ormai raggiunto dall’UDC. I dati in tabella sono inclementi. Qualche “tenuta” sporadica, segnatamente quella di san Nicola(santa Lucia Esposito?), che comunque registra un calo di 12 punti nell’ultimo anno.

L’inarrestabile declino del PD nel casertano, in controtendenza con altri capoluoghi medi della Campania (Salerno e Benevento con PD vittorioso) e dell’Italia, si compie in due fasi. La prima inizia con l’uscita di scena, nel marzo 2009, di Sandro de Franciscis, ultimo vero leader politico degli anni recenti, e si ripercuote in tutta la provincia ancora nel 2010. Nel capoluogo, in testa alle classifiche nel 2008, si registra un ulteriore indebolimento quando il sindaco Petteruti, gennaio 2010, sbatte la porta,stanco delle guerricciole di posizione in auge a Corso Trieste, all’ombra di deputatini e capetti, che avrebbero stufato anche un santo. Così si va al risultato del maggio 2010, che registra, grazie all’incapacità della dirigenza politica sovracittadina (quella cittadina non era stata mai insediata, appunto a causa delle battaglie di trincea DS vs. Margherita)un calo del 53% sul 2008.

Nel giugno 2010 arriva il Commissario Cacciola, presentato da Amendola come uno dei migliori dirigenti di casa PD/DS, che si insedia col piglio, invero molto autoritario ma non altrettanto autorevole, di chi vuole liquidare senza indugi la partita in tre mosse, organizzazione del partito, primarie ed elezioni amministrative. Un anno dopo i risultati:il tesseramento autodistruzione, la frettolosa designazionedel segretario cittadino in zona Cesarini,(26 febbraio 2011), egli esiti elettorali, preceduti dalle primarie a go go,descritti in tabella: un esercito di 3410 elettori nelle sei città campione, oltre 6500 nell’intera provincia, mille solo a Caserta,che abbandonano il PD sotto la gestione Cacciola.

E prima la diaspora di amministratori e dirigenti, che depaupera il patrimonio di risorse umane, indispensabile per un partito che ambisce a ruolo guida di un’area politica alternativa al dominante berlusconismo. Bel risultato: ancora un calo del 23% in un anno, dopo la metà perduta nei precedenti due. Con punte che rasentano il grottesco: a San Marco Evangelista il PD del sindaco uscente ricandidato, perde contro la Destra col 19,8% contro l’80,2%; a Villa Literno viene espugnata l’imprendibile fortezza Fabozzi.Negli altri comuni al voto la prevalenza della destra è stratosferica. La domanda è, allora: ma c’era il sindaco Petteruti, cui tocca ora l’offesa di sentirsi nominare da un Cacciola, in ognuna di quelle città? O c’era un commissario provinciale inetto per ognuno di quei comuni, cui il PD non ha saputo dare una speranza, una prospettiva credibile, che pure poteva costruirsi nel segno di un’idea che ha affascinato la nazione al suo nascere e il cui declino non può non ascriversi a deficit e fragilità di direzione politica. Proviamo a dirlo a Bersani, che, gongolante per i successi di Torino e Bologna e per la speranza accesasi a Milano, dimentica la periferia dell’impero, affidata a pretoriani di modesta levatura?

A Caserta città, nella mia città, l’insuccesso dell’area riformista/progressista, che mi offrii di sostenere, da sindaco uscente non ricandidato fin dall’aprile 2010, anche in dissenso dall’API poi falchizzata, ha nome, cognome e titoli nobiliari: si chiama Ciro Cacciola, con il contorno di candidato sindaco, staff elettorale e consanguinei, che, dopo aver portato al macello Peppe Stellato, hanno infilato un altro grano alla corona, Carlo Marino;il quale ha però aggiunto di suo quanto poteva per portare la nave sugli scogli.Lo sanno bene; e che lo sapessero, si leggeva nei visi listati a lutto la sera del 16 maggio in Tv.

Anche mentre si blaterava di tenuta, positività, città che ci ha creduto, radicamento e corbellerie connesse. Col 24% dei voti! Cacciola. La sua presenza operativa in città data dall’inizio di maggio 2010, quando fu gestita la turbolenta fase post elezioni. Allora mostrò una qualche ragionevolezza nel contrastare le intemperanze e gli appetiti emergenti nella compagine consiliare PD. Ma fu dovuto soprattutto alla sua amicizia e considerazione per Mimmo Moccia, valente assessore all’Urbanistica, la cui delega aveva acceso appetiti insani (dei quali, in verità, mai mi diedi pensiero). Mi avvalsi, comunque, di quel contributo positivo e raccolsi anche, una sera a cena, poco dopo la nomina commissariale, la confidenza conviviale dell’aspirazione ad una candidatura al parlamento in posizione utile, che avrebbe dovuto compensare il sacrificio dell’incarico consolare. Ma con obbligo di risultato. Ne nacque perciò un’attività dominata dall’ansia, nel corso della quale sono emersi asti, rancori, brighe, congiure, che il decantato commissario non ha mai controllato, incapace di tenere a regime un partito che, viceversa, avrebbe avuto bisogno di una guida autorevole e lungimirante.

Abbandonatosi alle contese di cortile, fino a rasentare lo scontro fisico con iscritti particolarmente turbolenti, ha progressivamente distrutto la struttura di partito, perdendo prima dirigenti, poi amministratori, infine iscritti, passati, sotto il suo mandato, da 1400 a 300, senza che egli facesse una piega, pronto a manifestare incosciente soddisfazione per quella che ha osato presentare come un’operazionedi pulizia (etnica) e che era invece il prodotto di una sua paleseincapacità, frequentemente contestata dagli iscritti.

Parlo di Caserta, ma in provincia le cose non sono andate diversamente. Testardaggine ed albagia sono state le note dominanti della segreteria, all’acme nella vicenda delle candidature e delle primarie. Aveva bisogno di mostrare di aver saputo fare quello che a Napoli non era ancora concluso e lo ha fatto, con primaristi fantoccio, due dei quali non candidati alle elezioni, il terzo, coordinatore cittadino di uno dei partiti di coalizione, mortificato da 72 miseri votarelli, infine il candidato sindaco, trionfatore delle primarie farsa e poi sindaco maciullato dalle elezioni.

Ma come ha fatto Cacciola a non capire di avere scelto il suicidio, con le primarie, il diniego di rinviarle, la caduta dell’Amministrazione senza che né lui né Marino muovessero un dito per evitarla, il patto scellerato con Corvino e la costruzione di alleanze vuoto a perdere con liste di valore dallo 0,04% al 2,55%? Veramente pensava che si potesse vincere distruggendo il partito, rimanendo indifferente all’allontanamento di uno stuolo dimembri autorevoli e portatori di consensi, trascurando alleanze vitali per la competitività, ostentando sicurezze temerarie fondate sul nulla, costruendo candidature senza conoscere la storia della città e delle persone? E asserendo, a mazzata ricevuta, che chiuderà il recinto del partito intorno a Marino?

Eppure lo ha fatto. Io credo che convenga elargirgli il premio, anelato quanto immeritato, di una candidatura che lo allontani da queste terre e lo porti a Roma, dove non potrà fare gran danno, ad alzare la mano. Questa, se ne convinca, non è arte sua. …Ne sutor ultra crepidam!

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