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Libia, Gheddafi pronto a “soluzione politica” ma vuole restare al potere

GheddafiTRIPOLI.Il regime di Tripoli è pronto a una “soluzione politica” al conflitto ed è disposto a indire elezioni e a introdurre riforme politiche, ma solo il suo popolo può decidere se il leader libico Muammar Gheddafi può restare o meno al potere.

Lo ha affermato lunedì sera un portavoce del governo. “Potremmo avere – ha dichiarato Mussa Ibrahim – qualsiasi sistema politico, qualsiasi cambiamento: Costituzione, elezioni, qualunque cosa, ma il leader deve portare avanti tutto ciò. Questo è ciò che crediamo”. E proprio ieri sera la tv di stato libica ha mostrato Gheddafi che salutava i suoi sostenitori dal mega-bunker di Bab al Aziziya.

Ibrahim ha poi riferito che la Libia si rammarica per la decisione dell’Italia di riconoscere gli insorti. Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha annunciato, infatti,che l’Italia riconosce il Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) “come unico interlocutore legittimo della Libia per le relazioni bilaterali”

Mentre l’artiglieria di Gheddafi fa strage di civili a Misurata, il rais continua dunque a tessere anche la tela diplomatica, facendo rimbalzare il suo viceministro degli Esteri Al Obeidi tra Grecia, Turchia e Malta con le sue “condizioni” per un cessate il fuoco. Secondo indiscrezioni raccolte in Inghilterra dal Guardian, sarebbe stato lo stesso colonnello a illustrare all’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan il suo “piano per la tregua”, ovvero la disponibilità ad andarsene e a garantire riforme politiche aprendo una fase di transizione verso la democrazia affidata al più “presentabile” dei suoi figli, Saif al Islam. Peccato che la prospettiva sia stata già bocciata dagli insorti (“Gheddafi e i suoi figli devono andarsene prima di qualunque negoziato diplomatico”, l’ha liquidata oggi un portavoce del Cnt di Bengasi) e che secondo molti analisti l’iperattivismo diplomatico del rais di questi giorni non sia altro che l’ennesimo espediente per cercare di guadagnare tempo.

Se infatti il regime vuole far filtrare una sua presunta volontà di dialogo, i segnali che arrivano dal terreno vanno da tutt’altra parte. Lealisti e ribelli continuano a inseguirsi in un’altalena di sangue tra Tripolitania e Cirenaica senza che nessuna delle due parti abbia la forza per imporsi sull’altra. Ma oggi i ribelli hanno denunciato crimini di guerra contro la città di Misurata (l’unica nell’ovest presidiato dal regime dove ancora si combatte), con l’artiglieria di Gheddafi che avrebbe martellato quartieri residenziali già dalle prime ore del mattino causando decine di morti tra la popolazione.

Forze fedeli al colonnello – stavolta la fonte è Al Jazira – avrebbero bombardato anche il campo petrolifero di Misla, nell’est della Libia. Gli insorti, da parte loro, hanno annunciato di aver respinto i lealisti fuori da Brega, terminal petrolifero a sud di Bengasi già passato di mano diverse volte nella cruenta lotta di posizione e logoramento che va avanti ormai da settimane.

Nonostante i raid della Nato (58 attacchi nelle ultime 24 ore), la situazione sul terreno rimane quindi di stallo. E a poco, probabilmente, servirà anche l’ultima minaccia di Gheddafi, quella cioè di “assetare” la capitale dei ribelli Bengasi se continueranno a piovere dal cielo le bombe degli alleati: il ministero libico dell’Agricoltura oggi ha avvertito che le infrastrutture e le condotte del Grande fiume artificiale – un acquedotto che porta sulla costa le “acque fossili del Sahara” e che rappresenta la fonte idrica dalla quale dipende il 70% degli abitanti della Libia – corrono gravi pericoli in seguito ai bombardamenti.

Una possibile via d’uscita dal pantano potrebbe essere quella diplomatica. L’inviato di Gheddafi ha avuto ieri colloqui ad Ankara dopo la tappa ad Atene. E in Turchia, che si propone di mediare per una possibile tregua, sono attesi nei prossimi giorni anche rappresentanti degli insorti. Entrambi, secondo una fonte del ministero degli Esteri turco, “hanno proposte per un possibile cessate il fuoco: ne parleremo e vedremo se c’è una base comune” dalla quale poter partire. In serata l’emissario del rais, il vice ministro degli Esteri Al Obeidi, è giunto a Malta, dove ha subito incontrato il premier Gonzi.

Per il momento però, la comunità internazionale sembra crederci poco, tanto che lunedì Frattini – ricevendo alla Farnesina il responsabile per la politica estera del Cnt, Ali al Isawi – ha definito “non credibili” le proposte per uscire dalla crisi illustrate ieri ad Atene da al-Obeidi e non ha escluso di inviare armi ai ribelli, seppure come “extrema ratio”. Armi dagli alleati per sbloccare l’impasse è la richiesta degli insorti, ma su questo i Paesi della coalizione sono ancora titubanti.

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