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Omicidio Di Fraia, scarcerato Pasquale Marrone

 VILLA LITERNO.Scarcerato Pasquale Marrone, imprenditore di Castel Volturno, arrestato lo scorso 25 marzo, insieme ad altre 10 persone, per l’omicidiodi Antonio Di Fraia, ucciso nel 2004 a Villa Literno, durante la faida tra i clan Tavoletta e Bidognetti.

Lo ha decisoil tribunale del Riesame, accogliendo l’istanza presentata dal suo avvocato difensore Gaetano Crisileo.Alcuni pentiti, come emerso agli atti dell’indagine, gli avevano attribuito il ruolo di “specchiettista” del commando dei bidognettiani che uccise Di Fraia.

Sette dei destinatari delle ordinanze di cusotida cautelare emesse il 25 marzo sono già detenuti: Raffaele Bidognetti, 37 anni, figlio del boss Francesco alias “Cicciotto ‘e mezzanotte”, in carcere dal 1993; Francesco Di Maio, 43, Tammaro Diana, 35, Luigi Grassia, 38, Salvatore Spenuso, 37, Lorenzo Ventre, 37, Nicola Verolla, 65. Gli altri quattro, finiti in manette nei giorni scorsi, oltre a Marrone, oggi scarcerato, sono Gaetano Diana, 48 anni; Giuseppe Diana, 46; e Michele Pepe, 32, tutti di Villa Literno.

Il provvedimento restrittivo costituisce l’epilogo di un’indagine attraverso cui è stato possibile acquisire gravi ed inconfutabili elementi di colpevolezza a carico degli indagati all’omicidio di Antonio Di Fraia, alias “Vulpacchiello”, all’epoca 19enne, commesso il 27 maggio 2004 a Villa Literno. Gli stessi indagati avevano tentato di far fuori, senza successo, Di Fraia pochi giorni prima, l’11 maggio, mentre viaggiava a bordo della sua autovettura. L’omicidio si inserisce nel contesta della faida all’interno del clan dei casalesi tra i gruppi Tavoletta-Ucciero e Bidognetti, che si contendevano la supremazia nella gestione delle attività illecite a Villa Literno. Numerose sono state le vittime, in entrambi i gruppi, durante la faida protrattasi dal 1997 al 2005.

I due gruppi erano capeggiati, rispettivamente, da Cesare Tavoletta, 31 anni, dal 1 marzo 2004 collaboratore di giustizia, e da Massimo Iovine, 33, anch’egli dal 31 gennaio 2008 collaboratore di giustizia. I Tavoletta erano appoggiati dal gruppo scissionista staccatosi dai Bidognetti e poteva contare su personaggi di altissimo spessore criminale, quali: Salvatore Cantiello, detto “Carusiello”, Luigi Diana, detto “’O Manovale” (attualmente collaboratore di giustizia), Vincenzo Cantiello, Nicola Zara, Daniele Corvino ed altri. Nella compagine bidognettiana, capeggiata da Massimo Iovine, figuravano invece personaggi come Raffale Bidognetti, figlio del capoclan Francesco, Luigi Guida, Luigi Grassia ed Emilio Di Caterino.

Di Fraia era legato alla fazione Tavoletta-Ucciero, per conto della quale richiedeva il “pizzo” anche ad attività commerciali già vittime di estorsione da parte dei bidognettiani. Durante le indagini, supportate dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, è emerso che Raffaele Bidognetti, invece di procedere all’eliminazione fisica del ragazzo, aveva in un primo momento deciso di convincere Carmine Di Fraia, padre della vittima, a dissuadere il figlio dal frequentare i rivali Tavoletta-Ucciero. Ma questa opera di persuasione non ottenne gli effetti sperati, infatti Antonio Di Fraia aveva continuato ad appoggiare le attività estorsive dei Tavoletta e sembra fosse autore anche degli spari all’indirizzo del municipio di Villa Literno la notte del 16 marzo 2004. Lo stesso 19enne, il maggio 2004, veniva arrestato dai carabinieri della locale stazione, insieme a Mauro Delle Donne e Vincenzo Ucciero, per detenzione abusiva di un kalashinov, di una pistola a tamburo calibro 38 e di due pistole con matricola abrasa. Per quel reato rimase poi detenuto solo Delle Donne.

Il 27 maggio successivo Di Fraia veniva assassinato da un commando di sei killer: Luigi Guida e Francesco Diana a bordo di un’Alfa Romeo 166 condotta da Salvatore Spenuso, e Francesco Di Maio e Lorenzo Ventre a bordo di una Volvo station wagon guidata da Luigi Grassia. Di Fraia si trovava fuori alla propria abitazione, in strada, a bordo di una Fiat Tempra station wagon e attendeva l’apertura del cancello automatico per entrare. In quel momento i sicari entravano in azione, esplodendo una pioggia di colpi che lasciò il bersaglio senza scampo. Il padre della vittima, uditi gli spari, scendeva in strada e lanciava una scopa contro una delle due vetture, restando ferito ad una gamba da un proiettile. Durante la fuga, il commando sparò alcuni colpi lungo la strada in segno di vittoria. Sulla scena del delitto furono repertati 24 bossoli calibro 9 parabellum e 19 bossoli calibro 7,62×39 per kalashnikov.

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