Campania

Camorra, sequestrati beni per 13 milioni al “re dei rifiuti” Cipriano Chianese

Cipriano ChianeseNAPOLI. Gli agenti della Dia di Napoli e di Padova hanno eseguitoun nuovo sequestro di beni, del valore di 13 milioni di euro, riconducibili a Cipriano Chianese, 57 anni, di Parete (Caserta), imprenditore attivo nel settore dello smaltimento dei rifiuti.

Chianese, attualmente agli arresti domiciliari,nel 1993 e nel 2007 aveva già ricevuto due ordinanze di custodia cautelare per vicende connesse al traffico dei rifiuti e per la presunta appartenenza al clan dei casalesi.E’ a giudizio per l’accusa di associazione mafiosa con il clan deicasalesi, percependo fino a 700 milioni di lire al mese negli anni Novanta per trafficare rifiuti per loro conto attraverso la “Resit” di Gricignano (Caserta), società che gestiva discariche per conto del clan. Nel marzo 2010 gli erano stati sequestrati beni per 7 milioni di euro, mentre,mentre negli anni precedentialtri del valore di ben 78 milioni, tra cui due società che si occupavano di smaltimento rifiuti.

L’AFFAIRE CAMORRA-RIFIUTI. La misura dei domiciliari a cui è sottoposto derivada un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Giudice per le indagine preliminari presso il Tribunale di Napoli nel dicembre 2009, per aver posto in essere delle presunte truffe ai danni del commissariato di governo per l’emergenza rifiuti in Campania attraverso plurime minacce realizzate da presunti appartebnenti al clan dei casalesi tra il 2002 e il 2003, tanto da essere definito dal gip ”protagonista indiscusso delle azioni truffaldine, quanto di quelle estorsive contestate”. Diversi collaboratori di giustizia hanno definito Chianese ”imprenditore che asserviva le proprie discariche al programma criminoso consentendo la concreta e positiva realizzazione di ingenti benefici di ordine economico: ”In altri termini risulta dimostrata un cointeressenza del preposto e del clan dei casalesi nell’attivita’ di gestione dei rifiuto nel senso priprio del termine di partecipazione che di suddivisione degli utili”. Le indagini avrebbero consentito di delineare ”un allarmante profilo personale di Chianese”, spiegano alla Dia, quale protagonista assoluto della penetrazione camorristica nel settore dei rifiuti di un vero e proprio ”inventore” del sistema delle ecomafie in Campania. Spiegano ancora gli investigatori che ”la sequela di comportamenti criminosa ricostruita documenta come Chianese abbia saputo adattarsi al mutamento determinato dall’istaurazione della gestione commissariale dei rifiuti allacciando con il sub commissario ai rifiuti Facchi, un rapporto ora collusivo ora intimidatorio, dal quale ha tratto rilevantissimi profitti illeciti”.

L’ASCESA DI CACCARO.

Oltre a Chianese, nel provvedimento emesso dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere c’è un altro destinatario: Franco Caccaro, 49 anni, di Campo San Martino, nel padovano, risultato intestatario di beni e società di fatto riconducibili a Chianese, dunque un prestanome.Caccaro è divenuto in pochi anni leader nel settore delle macchine per triturare i rifiuti, con sedi della sua società – la Tpa – a New York, in Brasile, Australia e Turchia. Proprio questa società imrovvisamente, senza ragione economica, ha sviluppato verso la metà degli anni 2000 la sua attività con ingresso di ingenti capitali, fra cui tre milioni di euro provenienti da due assegni della Resit di Chianese. Caccaro ha giustificato questi movimenti con crediti personali che vantava nei confronti dell’imprenditore casertano senza poter però spiegare date e provvista del presunto prestito. In seguito a questo, la società è divenuta leader delle macchine per la triturazione dei rifiuti con oltre 200 dipendenti. In base alle dichiarazioni di diversi pentiti era già emerso che Chianese stava cercando di creare società attive nel settore dei rifiuti nel nord dell’Italia ed era stato chiarito che Caccaro non era riuscito a giustificare il flusso di denaro che gli ha consentito alcuni aumenti di capitali delle sue società e l’estromissione dei vecchi soci proprio per importi equivalenti a quelli forniti con gli assegni di Chianese.

I BENI SEQUESTRATI. Tra i beni sequestrati: una villa di 21 stanze con piscina a Sperlonga, nel basso Lazio, per la quale era stata avanzata una falsa richiesta di condono edilizio. I rilievi aerofotogrammetrici e le testimonianze di chi ha effettuato i lavori di ristrutturazione hanno mostrato che all’originaria piccola struttura dopo il 1990 sono state fatte modifiche tali da farne lievitare il valore dai 160 mila euro originari agli attuali 4 milioni di euro. Sequestrata anche l’abitazione a Parete della figlia di Chianese, attrezzata tra l’altro con bagno turco e sauna, nonchéquattro vetture di lusso. All’imprenditore padovano Franco Caccaro, sigilli per un capannone industriale della “Tpa” a Santa Giustina in Colle, nel padovano.

IL “RECUPERO” DELLE FERRARI. L’operazione della Dia è stata denominata “Ferrari come back” in riferimento ad un episodio accertato nel corso delle indagini.Caccaro, infatti,aveva cercato di acquistare dall’amministratore giudiziario nominato dal Tribunale per un precedente sequestro subito da Chianese, due autovetture Ferrari, una “Enzo Ferrari” ed una “360 spider”, offrendo quasi un milione di euro pur di rientrarne in possesso per conto di Chianese.

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