Aversa

Crack Bcc Aversa, Santulli: “Vergognoso stillicidio”

Paolo Santulli AVERSA. “Mi auguro davvero di ricevere un avviso di garanzia per contribuire attivamente a far luce su questa vicenda e non subire questo vergognoso stillicidio”.

Paolo Santulli si difende all’indomani della notizia sul crack della Banca di credito cooperativo di Aversa. Il nome del consigliere comunale e direttore di un noto centro di fisioterapia della città normanna, che fu fondatore e socio dell’istituto di credito, fallito nel 2009, risulterebbe, come riportano alcuni quotidiani locali, tra gli indagati nell’inchiesta che, tra l’altro, è culminata con l’esecuzione di tre ordinanze di custodia cautelare, ai domiciliari, per l’ex presidente e altri due ex dirigenti della banca. Le attività investigative condotte dalla Guardia di Finanza di Caserta, unitamente a funzionari della Banca d’Italia, hanno evidenziato la causa del dissesto nella concessione di finanziamenti nei confronti di clienti apparentemente ignari, in assenza delle opportune garanzie.

“La Bcc – dice Santulli, che venerdì mattina ha tenuto una conferenza stampa – è un’iniziativa che, insieme a seri imprenditori e tanti soci, nacque ad Aversa per dare al territorio un’ulteriore occasione di sviluppo. Pur avendo partecipato alla sua costituzione, sono entrato solo in un secondo momento, direttamente nel consiglio di amministrazione, proprio per tutelare meglio anche i miei soldi. Pertanto, non ho partecipato alla scelta del personale e all’inizio delle attività. In modo particolare, non condividevo la scelta del direttore generale, e questa mia posizione era nota. Inoltre, le deleghe operative le avevano il presidente e il direttore. Certo, i crediti dati senza garanzie e le sofferenze della banca nascondo nel Cda che li avalla, ma esiste un’istruzione della pratica che nasce dall’attività di un funzionario responsabile del credito per l’attività di valutazione del direttore, del presidente e del collegio sindacale. Quando vengono dichiarate e verbalizzate in positivo le pratiche e le certificazioni di richieste di credito da parte della struttura, il cda ne prende atto. Al massimo può approfondire, per curiosità, qualche pratica, ma funziona così”.

Santulli si chiede: “Che responsabilità hanno i consiglieri di amministrazione delle banche più note che hanno filiali in tutta Italia se i responsabili delle strutture locali, pagati e preposti per le loro qualità tecniche e professionali, non sanno fare il proprio mestiere concedendo crediti in modo insano?”.

Crack Bcc – int. Santulli

l consigliere poi parla di alcune “omissioni” nei verbali delle riunioni: “Per i cda ci sono verbali che riportano le questioni trattate. Certo, spesso questi verbali erano carenti, ma proprio alcuni di noi hanno preteso da un certo momento le registrazioni delle riunioni e lo sbobinamento fedele e pedissequo degli interventi, anche se talvolta si sono riproposte delle lacune. Infatti, in una riunione non erano stati riportati in verbale i miei interventi. Questo lo feci rilevare e nel verbale del 14 novembre 2008 comparì una parte significativa del mio intervento del 30 ottobre precedente. Purtroppo, capita spesso che si danno per letti i verbali delle sedute precedenti, per non perdere tempo, si approvano e poi ci si accorge che non erano fedeli. Buona fede? Cattiva fede? Chi lo può dire!”.

Comunque, per Santulli, sta di fatto che “la banca ci è stata sottratta per 1 euro, contro i 18 milioni di raccolta realizzati in due anni. Sì, questo è il costo che la Banca di Sviluppo (a cui sono state trasferite le passività della Bcc Aversa per salvaguardare i depositanti, ndr.) ha simbolicamente concesso, assumendosi gli oneri attivi e passivi”.

E a proposito di oneri passivi, che la Procura ha indicato in 11 milioni di euro, Santulli invece ritiene che, nell’ambito di una serie di cause civili che gli ex membri del cda stanno portando avanti contro Banca d’Italia e liquidatori, le sofferenze prodotte dagli incauti affidamenti di crediti si aggirano “intorno ai 4 milioni di euro”. “Infatti – spiega – sono depositate alla Corte d’Appello di Napoli le perizie del liquidatore della banca, del Ctu del tribunale e del Ctu di parte”.

Santulli racconta che, ad un certo punto, furono ridotti i poteri al presidente e al direttore generale (“ma forse era tardi”, sottolinea) e si decise anche di ricapitalizzare, aumentando le quote dei soci (che andavano da un minimo di 500 euro ad un massimo di 50mila euro per socio), ma ciò “non fu possibile”. E il fatto “curioso”, conclude Santulli, “è che fin dalla verifica della Banca d’Italia già si parlava di trasferire la proprietà ad altro Ente, tanto che, al termine del commissariamento, il giorno stesso della dichiarazione di liquidazione coatta (13 febbraio 2009, ndr.) il commissario liquidatore firmava la cessione, per 1 euro, alla Banca di Sviluppo”.

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