Italia

Via Poma, Raniero Busco condannato a 24 anni

Raniero Busco e Simonetta CesaroniROMA. La Corte d’assise di Roma ha inflitto 24 anni a Raniero Busco per l’omicidio di Simonetta Cesaroni, avvenuto nel 1990, in via Poma.

L’accusa, rappresentata dal pm Ilaria Calò,aveva chiesto l’ergastolo per l’ex fidanzato con la vittima. Durante la lettura della sentenzai parenti dell’imputato hanno lanciato grida di disapprovazione. Busco è stato trascinato via dall’ula dal fratello, accanto c’era anche la moglie Roberta Milletarì. Il collegio giudicante, presieduto da Evelina Canale, ha anche disposto che Busco risarcisca le parti civili in separata sede assegnando una provvisionale immediatamente esecutiva di 100mila euro per la sorella di Simonetta e 50mila per la madre. Nessuna provvisionale per il Comune di Roma. Alla pena di 24 anni sono state riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante.

Dopo venti anni arriva, dunque, la prima sentenza di condanna per l’omicidio della Cesaroni, impiegata della sezione romana dell’Associazione degli Ostelli della gioventù, uccisa il 7 agosto 1990, negli uffici di via Poma, a Roma, con 29 coltellate.

Attraverso il loro legale,Federica Mondani, la madre e la sorella di Simonetta, Anna Di Giambattista e Paola, hanno commentato: “Abbiamo sempre avuto fiducia nella giustizia e nel lavoro dei pubblici ministeri. Dal momento in cui ci sonmo state presentate le prove siamo state convinte della colpevolezza di Raniero Busco”.

Mentre Giuseppa De Luca, moglie di Pietrino Vanacore, il portiere di via Poma in servizio quando Simonetta venne assassinata, e suicidatosi lo scorso marzo,si limita a dire:”Viviamo in un grande dolore. Soltanto noi sappiamo quello che abbiamo passato e non si cancellerà mai”.

Intanto, la difesa di Busco annunica appello. “E’ una sentenza che non ci aspettavamo. Non ce l’aspettavamo noi avvocati e nemmeno Raniero”, ha detto Paolo Loria, legale dell’imputato. “Adesso aspettiamo di leggere le motivazioni, poi sicuramente ricorreremo in appello. Secondo l’avvocato la camera di Consiglio è stata troppo breve: “Ritengo per un caso simile una Camera di consiglio meritasse una riflessione maggiore. Tre ore di Camera di consiglio per una vicenda così delicata mi sembrano francamente un po’ poche”. Ma cosa ha pesato nella condanna? “Credo il morso…”, risponde l’avvocato.

Ainchiodare Busco sarebbero le tracce di Dna trovate sul corpetto e il reggiseno che indossava la vittima al momento dell’omicidio. Secondo le perizie compiute dai Ris di Parma, il Dna è compatibile con quello dell’imputato. Ci sarebbe, inoltre, un Dna parzialmente compatibile con quello di Busco anche sulla porta della stanza dove fu trovato il cadavere. “Corrisponde in questo caso – ha detto il pm Calò – il Dna parziale dell’imputato e il suo è l’unico ad avere una corrispondenza su 33 mila codici genetici analizzati dal Ris di Parma”. Infine, come terzo elemento stata presentata la traccia del morso riscontrata sul seno sinistro di Simonetta, corrispondente all’arcata dentale dello stesso Busco.

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