Lusciano

“Pizzo di Natale”, si fece passare come prestanome di un boss: pestato a sangue

 LUSCIANO. Ha pagato con un feroce pestaggio e il raddoppio dell’importo del pizzo il suo tentativo di farsi passare come un prestanome di un elemento di spicco del clan camorristico dei “casalesi” un imprenditore taglieggiato dalla banda di otto estorsori arrestati l’altra notte.

Emblematica la sua storia, così come emerge dagli atti processuali, ma soprattutto dalle trascrizioni delle telefonate in possesso degli inquirenti. Un commerciante si accingeva ad aprire una nuova attività. Aveva fittato un locale e lo stava ristrutturando. Per lui si stava avverando un sogno che avrebbe dovuto dargli nuove prospettive economiche, anche grazie a tanti sacrifici. Quando il negozio non era ancora aperto ha ricevuto la visita degli emissari del clan, ossia di due degli arrestati. Secca la richiesta, che non lasciava possibili alternative: tre rate, le prime due da mille in fase di apertura, la terza da duemila euro, dopo l’inaugurazione.

Il commerciante, nel tentativo di sottrarsi al pagamento, credendoli dei cani sciolti non legati ad alcun clan, dice loro di essere solo il prestanome del fratello di Vincenzo, alias “Gheddafi”, esponente di spicco della criminalità organizzata della zona aversana, che era il vero proprietario dell’attività. I due estorsori si ritirano in buon ordine e fanno rapporto. Immediato il controllo con le persone che sarebbero coinvolte nell’attività commerciale che sta per nascere e, quando accertano che la circostanza non risponde al vero, scatta per il malcapitato imprenditore un violento pestaggio e il raddoppio della tangente quale “pena accessoria”, si passa a tre rate, le prime due da duemila e la terza da quattromila euro. E’ questo l’unico pestaggio organizzato, per il resto solo qualche schiaffo o spintone a scopo intimidatorio nei confronti delle vittime prescelte.

L’altro episodio che dimostra il sangue freddo, la mancanza di sensibilità da parte degli uomini del clan del “pizzo di Natale” emerge, ancora una volta, da una telefonata. Un imprenditore edile sta realizzando un edificio. I soliti emissari avanzano una forte richiesta: diecimila euro da pagare e anche in tempi piuttosto ristretti. L’imprenditore afferma di non essere in grado di soddisfare una richiesta di tale entità, anche perché i soldi gli servono per il padre malato terminale, colpito da un cancro. Secca la risposta: “Anch’io ho mia madre con il tumore, ma che significa? Per noi tu devi pagare lo stesso, noi dobbiamo assicurare gli stipendi agli amici”. Per la cronaca, il padre della vittima morirà venti giorni dopo questa squallida telefonata.

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