Italia

Afghanistan, alpino italiano ucciso da un cecchino

 Matteo MiottoHERAT. Un militare italiano, Matteo Miotto, 24 anni, appartenentegli alpini delsettimo reggimento di Belluno, è stato ucciso venerdì in Afghanistan.

E’ successo nel Gulistan (provincia di Farah), ovest del Paese, una delle zone più pericolose del settore affidato al controllo dei militari italiani che costituiscono l’ossatura della Task force south east, composta da alpini e da militari di altri reparti. Il soldato, come riferito dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, è stato colpito a morte da un cecchino. Miotto, originario di Thiene, in provincia di Vicenza, era entrato negli alpini subito dopo la scuola, sull’esempio del nonno. Caporal maggiore nelsettimoreggimento Alpini di Belluno dal 12 gennaio del 2009, era già in servizio nel 2008. Intorno alle 15 di venerdì,è stato colpito mentre si trovava all’interno della base di Buji, dove prestava servizio. Il proiettile è penetrato in prossimità della spalla, nella parte lasciata scoperta dal giubbetto, ed ha raggiunto organi vitali. Nonostante i soccorsi, immediati, non c’è stato niente da fare.

Proprio nella valle del Gulistan,nell’ottobre scorso avvenne l’imboscata in cui morirono altri quattro soldati italiani: il primo caporalmaggiore Sebastiano Ville, 27 anni, il primo caporalmaggiore Gianmarco Manca, 32 anni, il caporalmaggiore Marco Pedone, 23 anni e il primo caporalmaggiore Francesco Vannozzi, 26 anni. L’area affidata al controllo degli alpini, denominata Box Tripoli, era un tempo sotto comando statunitense. In questi pochi mesi i militari italiani hanno portato avanti una serie di iniziative (tra cui quattro progetti di cooperazione civile-militare) con “notevole successo”, come ha sottolineato solo qualche settimana fa il generale David Petraeus, comandante della missione Isaf in Afghanistan.

“Un altro lutto che arriva in un giorno che doveva essere di festa. Ci sono stati troppi lutti in Afghanistan tra i nostri soldati”, ha detto ai giornalisti il ministro La Russa, che annuncia di voler andare in Afghanistan subito dopo i funerali del giovane militare. “Oltre che una tragedia è stato un fatto di grande sfortuna. – ha aggiunto La Russa – Il militare era in una torretta di guardia, protetto da tutti gli accorgimenti, ma è stato colpito da un cecchino alla spalla, nella parte laterale non protetta. Il colpo è penetrato e ha leso organi vitali. Già nei giorni scorsi vi erano stati scambi di proiettili, che però non avevano avuto conseguenze”.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari del caduto e al cordoglio delle Forze Armate. Anche il ministro degli Esteri Franco Frattini ha manifestato il suo personale cordoglio e quello della Farnesina: “Quello odierno è in termini di tempo l’ultimo, carissimo contributo pagato dai nostri soldati nella loro encomiabile lotta contro il terrorismo internazionale, finalizzata a garantire pace e sicurezza al nostro Paese ed alla nostra società”.

FUNERALI. La salma è stata portata ad Herat. Domenica 2 gennaio, in tarda mattinata,rientrerà in Italia all’aeroporto di Ciampino. Lunedì funerali a Roma, martedìnel duomo di Thiene. Il giovane vicentino era atteso a Zanè, dove abita la famiglia, il 20 o il 21 gennaio. I genitori erano stati contattati dal figlio, via computer, per gli auguri di Natale.

I RACCONTI DI MATTEO. “Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi”. Così Matteo Miotto, raccontava la tensione delle perlustrazioni con il “Lince” nella valle del Gulistan in una toccante lettera pubblicata dal sito on line del Gazzettino, poche settimane dopo l’agguato in cui, il 9 ottobre, erano rimasti vittime quattro alpini del 7° reggimento di Belluno. “La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo – spiegava Matteo -, finalmente siamo alle porte del villaggio… Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame…”. Nella lettera l’alpino ringraziava in Italia quanti “vogliono ascoltare i militari in missione, e ci degnano del loro pensiero – proseguiva – solo in tristi occasioni, come quando il tricolore avvolge quattro alpini morti facendo il loro dovere”. La missiva era stata accompagnata sul sito del quotidiano veneto da una foto di Matteo sulla torretta di un blindato, con in mano la “sua” bandiera tricolore con la scritta “Thiene” e le firme degli amici.

ALPINO COME IL NONNO.In un’intervista telefonica in occasione della festa del 4 novembre, Miotto aveva raccontato al Giornale di Vicenza: “Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra, “bruta cosa bocia (ragazzo, ndr), beato ti che non te la vedarè mai”. Ed eccomi qui, nella Valle del Gulistan, Afghanistan centrale. Se potessi ascoltarmi ti direi: ‘Visto, nonno, che te ti si sbajà'”. “Sono entrato nel corpo degli alpini nel 2006 – aveva spiegato Miotto – appena terminate le scuole superiori, per fare un’esperienza, anche sulla scia dell’esempio di mio nonno, alpino anche lui. Poi mi sono appassionato al lavoro, ho sentito che potevo dare qualcosa e così sono rimasto. Appena ho saputo della missione ho dato la mia disponibilità e ora sono qui, nella valle del Gulistan”. “Quando non siamo fuori in perlustrazione – aggiungeva – siamo nella base e possiamo chiamare a casa o utilizzare il pc. Ovviamente mi mancano la mia ragazza, gli amici, le mie montagne e i miei bar, ma sono convinto della scelta fatta. Ho con me un ricordo dell’Italia, una bandiera con le firme degli amici più stretti”.

35 VITTIME ITALIANE. Il numero degli italiani morti in Afghanistan, dall’inizio della missione nel 2004, sale a 35, in gran parte vittime di attentati e scontri a fuoco. Altri sono morti in incidenti, per malore, oltre ad un suicidio. Nel solo 2010 si contano 13 vittime rispetto alle 9 dell’anno precedente. Dal 2004 a oggi sono 35 gli italiani caduti in Afghanistan e morti per diverse cause, tra cui l’agente del Sismi Lorenzo D’Auria e il funzionario italiano dell’Aise Pietro Antonio Colazzo. Il 2010, con 13 italiani morti nei primi dieci mesi, diventa così l’anno più nero per i nostri militari in missione in Afghanistan. Prima del militare ucciso oggi nel distretto del Gulistan, nel nord ovest del Paese, il 9 ottobre furono vittime di un’imboscata sempre in questa zona quattro alpini: il primo caporalmaggiore Sebastiano Ville, 27 anni, il primo caporalmaggiore Gianmarco Manca, 32 anni, il caporalmaggiore Marco Pedone, 23 anni e il primo caporalmaggiore Francesco Vannozzi, 26 anni. Il 17 settembre muore invece l’incursore Alessandro Romani, raggiunto da colpi di arma da fuoco in un attentato nella provincia di Farah. Il 28 luglio, ancora, un’esplosione nei pressi di Herat aveva ucciso due specialisti del Genio impegnati in operazioni di disinnesco di un ordigno. Sempre a luglio, un militare si è suicidato a Kabul. Il 17 maggio, invece, nella zona di Bala Murghab morirono due soldati.

Nella zona di Kabul, il 3 ottobre del 2004 ha perso la vita il caporal maggiore Giovanni Bruno, quando il mezzo su cui viaggiava è uscito di strada. Il 3 febbraio dell’anno seguente il Capitano di Vascello Bruno Vianini è morto quando è precipitato a 60 chilometri a sudest dalla capitale il velivolo civile su cui si trovava, in viaggio da Herat a Kabul. L’11 ottobre, a causa di un incidente mortale nell’area della capitale, ha perso la vita il caporal maggiore capo Michele Sanfilippo.

Il 5 maggio del 2006, per l’esplosione di un ordigno a Kabul, hanno perso la vita il capitano Manuel Fiorito e il maresciallo Capo Luca Polsinelli. Il 2 luglio il colonnello Carlo Liguori è morto per un malore. Il 20 settembre dello stesso anno, in un incidente stradale nella capitale, ha perso la vita il caporal maggiore Giuseppe Orlando. Sei giorni dopo, per l’esplosione di un ordigno al passaggio di una pattuglia nel distretto di Chahar Asyab (circa dieci chilometri a sud di Kabul), ha perso la vita il caporal maggiore capo scelto Giorgio Langella e il 30 settembre, a seguito delle ferite riportate nell’attentato, è morto il primo caporal maggiore Vincenzo Cardella. Il 24 novembre del 2007, in un attacco kamikaze nel distretto di Pagman, a circa 15 chilometri a ovest della capitale afghana, è morto il maresciallo capo dell’Esercito Daniele Paladini.

Il 13 febbraio 2008, in uno scontro a fuoco con gli insorti nella valle di Uzeebin, a 60 chilometri da Kabul, è morto il primo maresciallo dell’Esercito Giovanni Pezzulo. Il 21 settembre ha perso la vita per cause naturali il caporal maggiore Alessandro Caroppo. Sempre per cause naturali, il 15 gennaio del 2009 è morto il maresciallo di prima Classe Arnaldo Forcucci. Il 14 luglio, per l’esplosione di un ordigno al passaggio di un convoglio del contingente, nei pressi del villaggio di Ganjabad, a circa 40 chilometri a nordest di Farah, è morto il primo caporal maggiore Alessandro Di Lisio. Il 17 settembre, per l’esplosione di un’autobomba al passaggio di un convoglio italiano a Kabul, sono morti sei militari dell’Esercito: il capitano Antonio Fortunato, il sergente Maggiore capo Roberto Valente, il caporal maggiore capo Massimiliano Randino, il caporal maggiore scelto Matteo Mureddu, il caporal maggiore scelto Giandomenico Pistonami e il caporal maggiore scelto Davide Ricchiuto. Il 15 ottobre, poi, durante uno spostamento da Herat a Shindad, per il ribaltamento del mezzo su cui viaggiava è morto il primo caporal maggiore Rosario Ponziano.

Il 17 maggio scorso, a causa dell’esplosione di un ordigno nei pressi del villaggio di Mangan, circa 15 chilometri a sud di Bala Murghab, sono morti il sergente maggiore Massimiliano Ramadù e il primo caporal maggiore Luigi Pascazio. Il 23 giugno, per la caduta accidentale da un mezzo ‘Buffalò nei pressi di Shindand, ha perso la vita il caporal maggiore scelto Francesco Saverio Positano.

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