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Ruby, forzati armadi della procura. Le ragazze scattavano foto?

RubyMILANO. Porte e armadi forzati nell’ufficio del gip del Palazzo di Giustizia di Milano. Il “caso Ruby” si arricchisce di un nuovo capitolo. Ad agosto, ignoti hanno tentato di entrare nelle stanze di due giudici che si occupano della vicenda scaturita dalle rivelazioni della giovane marocchina.

Già a luglio, precisamente il 20 di quel mese, la Procura aveva inviato ai giudici le richieste di intercettazione delle utenze telefoniche di Ruby, di sua madre e di Lele Mora, ed era già stato aperto un fascicolo per favoreggiamento della prostituzione a carico dello stesso Mora, di Emilio Fede e di Nicole Minetti.

Alla fine di agosto, il primo episodio: sconosciuti forzano la porta del capo dei Gip, Laura Manfrin, e cercano di aprire l’armadio dove sono custodite alcune carte dell’inchiesta. Due giorni dopo, nel mirino, finiscono porta e armadi dell’ufficio del Gip, Cristina Di Censo, titolare dell’indagine. A questo punto, la Procura avvia un’inchiesta a carico di ignoti, ritenendo che ci sia una connessione tra questi due episodi e l’indagine su Mora, Fede e Minetti. Gli accertamenti però non portano a nulla e non vengono identificati gli autori delle effrazioni e la Procura archivia il caso. Tuttavia vengono prese precauzioni eccezionali per evitare che il fascicolo che contiene rivelazioni sulle feste nella residenza di Silvio Berlusconi finisca nelle mani di sconosciuti e le carte dell’inchiesta sono affidate a un uomo della Polizia giudiziaria che ha il compito di trasportarle dal quarto piano (sede della Procura) al settimo piano (dove ci sono i Gip) del Tribunale. A quanto si è appreso, i documenti bersaglio dei presunti tentati furti riguardano dichiarazioni di Ruby sulle feste ad Arcore a cui avrebbero partecipato due ministre, una conduttrice televisiva e Noemi Letizia.

FOTO E FILMATI DURANTE I FESTINI? Il Corriere della Sera, citando l’ìinterrogatorio di Ruby ai magistrati milanesi, scrive che la ragazza nordafricana afferma di aver assistito ad ardite performance sessuali nelle occasioni in cui fu ospite di feste a casa Berlusconi ad Arcore, e che alcune altre ragazze, partecipanti con lei a quelle occasioni mondane nel 2010, avrebbero praticato la tendenza all’autoscatto già inaugurata a Palazzo Grazioli (ad onta dei dispositivi di sicurezza del premier) da Patrizia D’Addario la notte dell’elezione di Obama nel 2008. “Ora la ragazza marocchina, – scrive il Corriere – che solo da pochi giorni ha compiuto 18 anni e i cui interrogatori sono al vaglio dei pm che ne soppesano sia talune conferme sia molte incongruenze, giura di non aver effettuato né conservato foto o filmati: ma racconta che alle feste a casa di Berlusconi circolavano ragazze che invece fotografavano, eccome. Anzi, quel che più conta, se si presta credito al racconto della giovane, è che a suo dire le altre scattavano foto o giravano video con i telefoni cellulari avendo già in mente un utilizzo futuro di quelle immagini (non è chiaro se ritraenti solo gli interni di Arcore o anche eventuali scene hard) nel caso in cui – dicevano – non avessero ottenuto ciò che si proponevano di ricavare da queste feste. Se ciò fosse vero, – sottolinea il quotidiano – suonerebbe cupi rintocchi per l’entourage del premier, esposto alla circolazione (se non commercializzazione) di numerose immagini in mano ad ancor più numerose ragazze”.

COPASIR, D’ALEMA: “BERLUSCONI E’ TENUTO A RIFERIRE”. Intanto, sulla “vicenda Ruby” interviene anche Massimo D’Alema. Il presidente del Copasir, in un’intervista al Tg di La7, ritiene che Berlusconi non vuole riferire al Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica sull’impiego delle sue scorte perché è “in imbarazzo”. “Io non parlo del privato di Berlusconi – dichiara l’esponente Pd – parlo dell’impiego del denaro dei cittadini, perché la sicurezza del capo del governo è a spese dei contribuenti e i cittadini hanno diritto di sapere, attraverso il Parlamento, come vengono impiegati i loro soldi. Di cosa fa Berlusconi in casa sua non mi interessa nulla, io mi occupo dei Servizi segreti e del fatto che c’è un presidente del Consiglio che non vuole presentarsi al Parlamento perché forse è imbarazzato. È lui che è in una posizioni invalidata e non è neppure in condizione di rispettare la legge”. La convocazione al Copasir del premier, aggiunge però D’Alema, “non è solo mio diritto, è un mio dovere sulla base della legge vigente”. “C’è una legge dello Stato italiano – spiega D’Alema – che dice che il presidente del Consiglio viene regolarmente ascoltato in quanto lui è il responsabile della sicurezza e noi dovremmo ascoltarlo. Rutelli, prima di me, lo ha invitato tre volte. Lui non si è mai presentato”. “Il problema è un po’ curioso: noi vogliamo solo applicare la legge. Il presidente del Consiglio è piuttosto refrattario ad applicare le leggi ma dovrebbe venire perchè così dice una legge dello Stato italiano. Nella situazione in cui ci troviamo -aggiunge-, siccome la vigilanza del capo del governo non è un affare privato, ma fa parte della sicurezza della Repubblica, noi vogliamo anche discutere con lui della protezione della sua persona e delle condizioni in cui lavorano le scorte che sono agenti dei servizi segreti e che agiscono sotto il nostro controllo”.

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