Esteri

Aung San Suu Kyi è libera: “Ora insieme per il nostro obiettivo”

Aung San Suu Kyi RANGOON. Aung San Suu Kyi, la 65enne leader dell’opposizione birmana che ha trascorso 15 degli ultimi 21 anni reclusa, tra detenzione e arresti domiciliari, è finalmente libera.

Il rilascio dai domiciliari è avvenuto alle 17.15 ora locale (le 11.45 in Italia) dopo sette anni consecutivi di “carcere casalingo” nella sua villa di University Avenue, a Rangoon.Dopo la liberazione, Suu Kyi ha tenuto un brevissimo comizio dinanzi a migliaia di sostenitori corsi ad abbracciarla. “Dobbiamo lavorare insieme, all’unisono, per raggiungere il nostro obiettivo”, ha detto il premio Nobel per la Pace ad una folla sempre più rumorosa per l’euforia, tanto che per diversi minuti non è riuscita a parlare. Poi ha invitato i suoi sostenitori a tornare ad ascoltarla alla sede del suo partito domani a mezzogiorno. “C’è un tempo per il silenzio e un tempo per parlare”, ha detto prima di rientrare in casa, mentre all’esterno proseguivano ancora i cori in suo onore e la gente continuava ad affluire nell’area.

Suu Kyi avrebbe dovuto essere liberata già nel maggio 2009, ma la breve ospitalità data ad un intruso americano le costò ulteriori 18 mesi di detenzione per aver violato i termini dei suoi arresti domiciliari. Solo un pretesto, secondo molti, per escluderla dalla ultime elezioni, in cui il conteggio parziale indica il partito del regime in testa con il 75% dei voti scrutinati.

La detenzione scadeva il 13 novembre e, dopo un’attesa durata oltre 24 ore, si cominciavano a temere possibili complicazioni, fino a quando alcuni funzionari sono entrati nella residenza per leggere alla leader dell’opposizione l’ordine con cui la giunta militare ha disposto la liberazione. La polizia ha spostato le barriere davanti alla casa. E lei è uscita all’aria, piccola, esile, con una maglietta rosa e un fazzoletto appallottolato tra le mani. Ha messo un fiore tra i capelli e restando dietro il cancello, ha salutato la folla in festa. Poi è rientrata in casa accompagnata da funzionari del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd). Significativamente, le forze di sicurezza birmane non sono intervenute per disperdere la folla, cosa piuttosto rara nel Paese.A Rangoon stasera sarà festa e nel Paese è già arrivato il figlio minore del premio Nobel che ha ottenuto nei giorni scorsi il visto di ingresso per la Birmania, ora Myanmar, dopo che per anni le autorità gli avevano negato l’ingresso. Il suo ultimo incontro con la leader birmana risale al dicembre del 2000. La prima volta che Suu Kyi fu arrestata era il 1989, quando i figli, Kim e Alexander, avevano rispettivamente 11 e 16 anni.

OBAMA: “E’ UN’EROE DELLA NOSTRA EPOCA”. La notizia della liberazione è volata veloce. Il presidente americano Barak Obama ha espresso la sua soddisfazione da Yokohama, in Giappone dove partecipa al vertice dell’Ape. Si è spesso riferito a San Suu Kyi come alla “mia eroina”, un’eroe della nostra epoca. “Ora bisogna liberare anche gli altri prigionieri politici” ha chiesto Obama alla giunta militare al potere dal 1968. “Mentre il regime birmano ha isolato e tappato la bocca ad Aung San Suu kyi per un periodo straordinariamente lungo, lei ha coraggiosamente continuato a combattere per la democrazia, la pace e il cambiamento in Birmania”, si legge in una nota della Casa Bianca”. Suu Kyi, ha proseguito Obama, “è una dei miei eroi e una fonte di ispirazione per tutti coloro che lavorano per il progresso dei diritti umani in Birmania e nel resto del mondo. Gli Stati Uniti accolgono con favore il suo estremamente ritardato rilascio” ora “è giunto il tempo che il regime liberi tutti i prigionieri politici, non uno solo”.

“ORA DEVE AVERE LIBERTA’ DI ESPRESSIONE”. Soddisfatti anche i governi di Londra e Parigi. “Sarebbe dovuta essere liberata già da tempo”, ha detto il primo ministro britannico David Cameron, “Aung San Suu Kyi – ha affermato – è un’ispirazione per tutti noi che crediamo nella libertà d’espressione, nella democrazie e nei diritti umani”. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha invece messo in guardia le autorità birmane contro “tutti i possibili ostacoli alla libertà di movimento e di espressione” per Suu Kyi che “costituirebbero una nuova inaccettabile negazione dei suoi diritti”. E d’accordo con lui anche il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Durao Barroso: “E’ fondamentale che ora Suu Kyi goda di una libertà di movimento e di parola senza restrizioni, e che possa partecipare pienamente al processo politico del Paese” ha detto. Dalla cancelliera tedesca Angela Merkel sono arrivati i rallegramenti per la liberazione di “un’ispirazione, una figura simbolica e un modello” unito all’appello a che vengano “liberati gli oltre 2.000 prigionieri politici” del Paese”.

ITALIA: “LIBERAZIONE DOVEVA AVVENIRE PRIMA DELLE ELEZIONI”. Dall’Italia,la Farnesina, dopo averespresso gioia per il rilascio, manifesta con rammarico il fatto che “la liberazione di Aung San Suu Kyi, così come quella di numerosi altri detenuti politici, non sia avvenuta prima delle elezioni del 7 novembre, le prime elezioni dal 1990 le quali avrebbero certamente assunto un significato ben diverso se si fossero svolte in un contesto di libero e democratico confronto tra le diverse forze politiche del paese”. “Auspichiamo che rappresenti un primo segnale di apertura del governo di Rangoon – ha concluso la Farnesina – per avviare un dialogo con l’opposizione e un processo di apertura sul fronte delle libertà democratiche e il rispetto dei diritti”.

AMNESTY E ONU: “NON DIMENTICHIAMO ALTRI PRIGIONIERI”. Per Amnesty International ora l’importante è che il rilascio di Suu Kyi non faccia dimenticare gli altri “prigionieri di coscienza” ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty ricordando che in Birmania “ci sono attualmente oltre 2200 prigionieri politici, condannati sulla base di norme vaghe, utilizzate sovente per criminalizzare il dissenso politico e detenuti in condizioni agghiaccianti, con cibo e servizi igienici inadeguati e senza cure mediche. Molti di essi sono stati torturati nel corso degli interrogatori e subiscono ancora torture da parte del personale penitenziario”. Lo stesso è stato ricordato anche dall’Onu. Navi Pillay, l’Alto commissario per i diritti umani, ha chiesto il rilascio di tutti prigionieri politici e la “liberazione incondizionata” per San Suu Kyi.

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