Italia

Trattativa Stato-mafia; indagati Ciancimino jr e il generale Mori

Massimo CianciminoPALERMO. Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco democristiano Vito Ciancimino,risulta indagato a Palermo per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel corso degli accertamenti sulla presunta trattativa fra Stato e mafia, avrebbe fatto da tramite tra suo padre e il boss Bernardo Provenzano.L’iscrizione nel registro degli indagati non è altro che una conseguenza di quanto il figlio di “don Vito” sta raccontando da tempo agli inquirenti, anche attraverso la consegna di documenti inediti.Stessa accusa per il generale dei carabinieri Mario Mori, ex comandante del Ros, che avrebbe partecipato alla trattativa.

Il Corriere della Sera scrive che lefonti di prova a carico di Ciancimino jr sono le sue stesse dichiarazioni e i documenti che ha portato in Procura dal 2008 ad oggi, analizzati dalla polizia scientifica che non ne ha escluso l’autenticità. Si tratta di fogli scritti a mano e a macchina, alcuni dei quali, secondo quanto riferito dallo stesso Ciancimino, provenivano direttamente da Provenzano, scritti durante la sua lunghissima latitanza. In molte occasioni il giovane Ciancimino ha detto di aver svolto il ruolo di “postino”, facendo entrare e uscire lettere provenienti (a suo dire) dai boss perfino in carcere, nei periodi in cui il padre era detenuto. Gli esami della Scientifica non sono stati in grado di indicare l’attribuzione dei manoscritti (le comparazioni con le calligrafie dei principali boss hanno dato tutte esito negativo) e hanno escluso che i “pizzini” dattiloscritti consegnati da Massimo agli inquirenti (quasi sempre in fotocopia) provengano dalle macchine da scrivere trovate in possesso di Provenzano. Il tipo di carta, però, è compatibile con i periodi indicati, anche quelli che dovrebbero essere vecchi di quasi vent’anni. Sempre il quotidiano milanese scrive che le ombre maggiori riguardano ciò che il neo-indagato ha detto sul misterioso “signor Franco”, un fantomatico agente segreto che, a suo dire, faceva la spola tra lo Stato e la mafia: sostiene di averlo visto più volte ma non l’ha mai saputo individuare, prima ha dichiarato di non conoscerne l’identità e poi sì ma senza rivelarla, ha detto di conservare una sua fotografia e successivamente ha fatto marcia indietro, ha indicato un nome straniero che non ha portato a nulla. Per gli stessi inquirenti, questa storia di “Franco” è un enigma al quale il giovane Ciancimino rischia di rimanere impigliato, e sperano di cavare qualcosa dai prossimi atti istruttori.

Mercoledì Ciancimino sarà sentito dai pm di Caltanissetta che indagano sulle stragi del ’92 e sul fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura nell’89. Due giorni fa, invece, era stato interrogato per tre ore dai pm Paolo Guido e Nino Di Matteo della Direzione distrettuale antimafia di Palermo sempre nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia. Secondo quanto si è appreso, Ciancimino sarebbe stato chiamato a rispondere sui rapporti del padre con Berlusconi, Dell’Utri e altri imprenditori e politici di livello nazionale, nonchésugli investimenti del padre nel complesso edilizio Milano 2, realizzato da Berlusconi negli anni Ottanta. I verbali sono stati secretati.

Per il reato di “attentato a un corpo politico o istituzionale dello Stato” sono stati invece iscritti nel registro degli indagati i boss corleonesi Bernardo Provenzano e Totò Riina, l’ex medico di quest’ultimo Antonino Cinà e il colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno, ex braccio destro del generale Mori. Con lo stesso capo d’imputazione sarebbe stato indagato anche il funzionario dei servizi segreti Rosario Piraino, che Ciancimino junior accusa di averlo minacciato e di essere stato a lungo il collaboratore del misteriso signor “Franco”, l’agente segreto che avrebbe fatto da mediatore tra le istituzioni e i boss. In pochi giorni potrebbe essere avanzata la richiesta di un cambiamento dell’imputazione a carico di Mori nel processo in cui attualmente risponde – insieme al maggiore Mauro Obinu – di favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura di Provenzano. L’ex capo dei Ros avrebbe anche favorito la mafia, secondo i magistrati della Dda, nella “trattativa” con lo Stato prima e dopo le stragi nelle quali furono uccisi Falcone e Borsellino.

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