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P3, Martino tenta suicidio. Lepore: “Lombardi mi chiedeva di Cosentino”

Arcangelo MartinoNAPOLI. Arcangelo Martino, l’imprenditore in carcere dallo scorso 8 luglio in quanto ritenuto parte della cosiddetta “P3”, avrebbe tentato il suicidio lo scorso agosto nel penitenziario di Poggioreale, annodandosi un lenzuolo al collo.

Un gesto sventato dal pronto intervento degli agenti della polizia penitenziaria. La notizia viene riportata da alcuni quotidiani, tra cui Repubblica, che spiega: “Un momento di sconforto dettato, più che dalla tensione determinata complessa situazione giudiziaria di Martino, soprattutto dalla preoccupazione per la malattia della moglie aggravatasi fino alla scomparsa di una decina di giorni or sono. A metà agosto la donna aveva inviato un telegramma in carcere al marito per informarlo del suo stato salute e chiedendo di vederlo. Da quel momento il gip di Roma, preso atto della situazione apparsa subito molto difficile, ha più volte autorizzato Martino a vedere la consorte. Al ritorno da uno di questi incontri, i nervi dell’imprenditore hanno ceduto per un attimo e l’uomo ha provato a farla finita”.

INTERROGAZIONE DI COMPAGNA. Nella vicenda interviene il senatore del Pdl Luigi Compagna, che ricorda di aver denunciato in passato “l’uso disinvolto e soprattutto spregiudicato della custodia cautelare da parte del dottor Capaldo, il titolare dell’inchiesta P3, al punto da configurare un comportamento scorretto, incostituzionale”. “Se queste notizie fossero confermate getterebbero un’ombra ancora più lunga e preoccupante sulla gestione dell’intera vicenda legata alla cosiddetta loggia P3 ed in particolare sull’utilizzo del sistema della carcerazione preventiva”, continua Compagna, che ha inviato al ministro della Giustizia Angelino Alfano un’interrogazionein cui si chiede di valutare “se esistono elementi sufficienti per attivare le procedure per l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti della Procura di Roma”. “È evidente, infatti, che la custodia cautelare di Martino non sarebbe stata affatto dettata dalle esigenze prescritte dall’articolo 274 del codice di procedura penale – sostiene Compagna – ma piuttosto finalizzata per ottenere dall’indagato determinate dichiarazioni. Inoltre si spiegherebbe così il parere favorevole alla concessione dei domiciliari espresso dalla Procura a seguito dell’interrogatorio sollecitato da Martino dopo quaranta giorni di carcere preventivo e consistente, secondo la stampa, in una vera e propria confessione su chi fosse il Cesare ricorrente nelle intercettazioni”.

LEPORE: “LOMBARDI MI CHIEDEVA DI COSENTINO”. Intanto, nuovi particolari emergono nella vicenda. Pasquale Lombardi, il tributarista irpino che con Martino e Flavio Carboni è implicato nell’inchiesta P3, provò a informarsi direttamente dal capo della Procura di Napoli sull’inchiesta riguardante Nicola Cosentino: così nell’intervista a Il Mattino il procuratore Giovandomenico Lepore. “Io di quella inchiesta con Lombardi non parlai anche se mi accorsi che lui tentava di sapere a che punto fosse. – afferma il capo della Procura napoletana – Ebbi la sensazione che si lamentasse dei tempi – aggiunge Lepore – perché si era in prossimità delle elezioni regionale e la cosa avrebbe potuto danneggiare l’immagine di chi era designato alla poltrona di governatore”. Per il procuratore non ci sarebbe stata alcuna pressione sui pm titolari dell’inchiesta su Cosentino, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare che però non ha ottenuto il placet della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera. Lepore chiarisce di aver partecipato al convegno organizzato al “Forte Village” nel settembre 2009 sul federalismo da Lombardi, ma di non conoscere Martino.

Martino venerdì mattina sarà interrogato dai magistrati napoletani Giuseppe Narducci e Alessandro Milita, titolari dell’indagine per concorso esterno in associazione camorristica avviata nei confronti dell’ex sottosegretario all’Economia Cosentino. Dalle intercettazioni sul caso P3 è emersa una serie di tentativi posti in essere dal gruppo per influire sull’iter del ricorso in Cassazione presentato da Cosentino contro l’ordinanza cautelare (confermata poi dalla Suprema Corte) emessa nei suoi confronti dalla magistratura napoletana e rigettata dalla Camera.

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